Cosa ho imparato in 7 anni in viaggio e di nomadismo digitale

Cosa ho imparato in 7 anni in viaggio e di nomadismo digitale
Io con bambini di villaggio in Cambogia

Se 7 anni fa mi avessero detto che oggi sono ancora sempre con uno zaino, a volte un trolley, a gironzolare per il mondo non ci avrei creduto. Anni fa non era una ambizione perchè era difficile anche pensarlo possibile, così da non riuscire ad incarnare un desiderio. Ma le cose accadono senza che ce ne rendiamo conto.

 

Il tempo è passato velocemente, a Gennaio 2017 celebrerò 7 anni in viaggio ma anche 7 anni di nomadismo digitale. 84 mesi che lavoro da tanti luoghi nel mondo affidandomi totalmente alle reti wifi e ad un computer.

 

Viaggiare per anni, come lavorare esclusivamente online, ha cambiato radicalmente il mio modo di essere, la maniera con cui mi approccio al viaggio e alla vita, lavorativa e non, più di quanto, forse, non sarebbe comunque accaduto se avessi continuato a vivere dove stavo.

 

Questo viaggio, cominciato senza troppe pretese, non è mai finito. E’ mutato. Alla stessa maniera con cui sono accaduti gli eventi, senza che ne fossi del tutto consapevole.

 

Ha subito dei rallentamenti, a volte degli stop, pochi ma sicuramente più frequenti rispetto i primi 3 anni, si è rimodellato di pari passo a me, che nel mentre crescevo ed affrontavo una nuova fase della vita, quella dell’ingresso nei trant’anni portando cambi di priorità, di prospettiva, nuovi interessi, passioni ma anche nuove paure ed altrettanti dubbi.

 

Arcipelago di San Blas
Arcipelago di San Blas

 

L’avventura è inconsapevolemente cominciata a Gennaio 2011, anno in cui ho lasciato il lavoro a Londra per vivere 6 mesi di viaggio in Centro America.
La fortuna ha voluto che qualcuno mi offrisse un lavoretto free lance in remoto, pagando giusto quanto mi sarebbe servito per sostenere le mie spese mensili, la bellezza di 650€ al mese circa.

Pur rimanendo nell’ambito del nomadismo digitale negli ultimi 3 anni mi sono impegnata dedicando le mie energie ad un progetto tutto mio, che ho vissuto come una scommessa più su me stessa che come sbocco per continuare a vivere in giro per il mondo. Non ci ho mai davvero creduto fino in fondo, almeno fino a 2 anni fa.

 

 

Tirando le somme, nel mentre che il tempo passa velocemente lasciando una scia di ricordi, piuttosto vividi, che sembrano accaduti appena l’altro giorno, ho avuto modo di pensare in maniera critica a tutto quello che questo periodo mi ha insegnato, nella vita, nel viaggio e nel lavoro.

 

Alcuni cambi di prospettiva, forse, accaduti anche per via dell’età che pone di fronte a scelte differenti da quelle di 10 anni fa, che coinvolgono la mia vita in toto, rivoluzionandola e portando oggi circa 10 mesi l’anno a scoprire nuovi orizzonti in linea con il mio mutevole animo.

 

 

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Se hai qualche dubbio a riguardo clicca cqui e scopri come finanzio la mia vita in viaggio
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Credo che debba fare una premessa per anticipare commenti ed opinioni dovute, giustamente, al non sapere cosa faccio per vivere e si parta all’attacco accusandomi di esserre una figlia di papà o, peggio ancora, perchè se uno è figlio di papà alla fine ben per lui, il non pensare al mio domani.

 

Non sono una figlia di papà, non dipendo economicamente dalla mia famiglia da prima di finire l’università, anche se ho sempre avuto appoggio morale dei miei genitori che non mi hanno mai fatto sentire SBAGLIATA, ma anzi mi hanno sempre supportata in qualsiasi decisione prendessi. Hanno sempre avuto fiducia (o forse no, ma per lo meno hanno avuto il buon gusto di non dirmelo mai, dissentendo giusto ogni tanto come è giusto che ogni genitore faccia).

 

Lavoro da quando ho 16 anni, ho sempre lavorato e studiato in quanto cresciuta secondo regole rigide che avevano come obiettivo l’insegnarmi a diventare indipendente.
Così che fossi al liceo e lavorassi in estate o durante l’università e lavorassi i weekend o in un ufficio, questa scelta è sempre stata la più scontata perchè le regole a casa sono sempre state: ti diamo quello che ti serve, gli extra impari a gudagnarteli.

Così ho sempre fatto prendendo la totale responsabilità delle mie scelte. Anche quelle completamente sbagliate.

 

Per sovvenzionare i primi di mesi di viaggio (ipotizzati da Gennaio 2011 a Luglio 2011) ho risparmiato soldi per un anno intero tagliando spese superflue (pub, shopping, ristoranti etc).
Nel mentre che ero in viaggio ho avuto la fortuna di ricevere una proposta di lavoro in remoto, guadagnando poco, il sufficiente per supportare i costi di viaggio, ma lavorando altrettanto poco potendo avere così molto tempo libero per viaggiare senza troppi pensieri.

 

Negli ultimi anni ho investito su un mio progetto online che mi permette di lavorare da qualsiasi parte del mondo, implicando allo stesso tempo anche maggiori ore di lavoro e conseguente rallentamento negli spostamenti.
Ho avuto le ultime ferie, intese come totale assenza da una casella di email settata per avvertire che sarei tornata a lavoro il giorno tal dei tali, probabilmente 3 anni fa.

 

In questo percorso, sicuramente ha contribuito una buona dose di fortuna, buon karma chiama buon karma, ma nulla di quanto accaduto non è stato pianificato o comunque ponderato per lunghi periodi.

Nessuno mi ha mai regalato nulla. Non ho mai fatto un viaggio gratis e non sono mai stata pagata per viaggiare, non ho mai avuto alcuno sponsor nè aiuto economico esterno, non ho mai smesso di lavorare, neanche quando mi ero licenziata e avrei voluto regalarmi 6 mesi senza dover controllare una email.
Ho deciso di buttarmi in una avventura, ho imparato ad essere minimale pur avendo chiaro che in 3 anni volevo poter aver abbastanza denaro per poter garantirmi uno stile di vita adeguato e poter mettere denaro da parte per un futuro comunque incerto.

 

Oggi, il denaro che guadagno per metà lo dedico al viaggio e l’altra metà lo metto da parte per poter avere delle basi economiche per il futuro (c’è pure la parte con cui pago le tasse).

 

Continuo a viaggiare zaino in spalla, cerco di limitare il budget di viaggio e, più di quanto non facessi 6 anni fa, tengo sempre un occhio aperto sul futuro stando molto attenta a come spendo i miei soldi. Forse con ancora maggiore attenzione rispetto al passato, perchè, sebbene possa sembrare che viva l’oggi per l’oggi, in verità vivo l’oggi con la prospettiva del domani.

 

Quindi: lavoro, guadagno, pago le tasse come tutti voi. Semplicemente non ho una scrivania ed un ufficio in cui recarmi 5 giorni a settimana.

Punto. Adesso posso proseguire.

laurea
Io con la mia famiglia il giorno della mia laurea

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Su cosa abbia imparato durante gli anni di viaggio ho scritto in altre occasioni, in questo post non voglio ripetere le stesse cose; si fanno tanti amici, il mondo è buono, etc etc.
Per queste prima cose rimando ai seguenti post: Due anni in viaggio in solitaria, cosa ho imparato e Cosa ho imparato dal giro del mondo in solitaria.

 

In questo post voglio elencare l’ulteriore evoluzione avvenuta in questi ultimi due anni che, per la maggior parte del tempo, ho passato in Africa in cui con una nuova modalità di viaggio è arrivata anche una differente consapevolezza del rapporto tra me ed il mondo.

 

 

In 7 anni di viaggio ho imparato che:

 

 

Non tutte le destinazioni valgono l’altra

 

La curiosità e la voglia di fare tutto, tipica soprattutto di chi vive i vent’anni è meravigliosa, stimolante, eccitante. Non siamo mai stanchi e vogliamo provare tutto.
Ho avuto la fortuna di vivere una serie di coincidenze fortunate che mi hanno dato la possibilità di provare tutto quello che desideravo, ad oggi non ho rimpianti e quelli che ho sono giustificati dalla modalità di viaggio che avevo e non mi permetteva di poter fare tutto quello che avrei forse desiderato. Ho imparato a scegliere.

E nello scegliere perchè di soldi ne avevo pochi e quindi non potevo sbagliare, ho compreso che non tutte le destinazioni valgono l’altra, e non perchè oggettivamente più belle, ma semplicemente perchè a volte capita che alcune si avvicinano a me e al mio stato d’animo, o curiosità, prima di altre.

 

Non credevo di poter un giorno andare nei Balcani. Poi ho letto un libro e 3 settimane dopo mi trovavo sugli autobus della Bosnia ad appassionarmi ad un Paese che fino ad allora non aveva aveva alcuna attrazione su di me.

 

Ho imparato a scegliere il posto giusto al momento giusto. Rendendo le mie esperienze di viaggio più gratificanti e motivate, rispetto l’andare in qualche posto solo per andare. Un interesse reale anima le mie scelte e non l’ingordo desiderio di raggiungere qualsiasi posto.

 

Io con i boys del ristorante a Marrakesh

 

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Quanto più si prolunga il viaggio quanto meno si spende

 

Possibile? Si se si pensa in questo senso.

 

Avere tempo significa avere la possibilità di scegliere, selezionare o attendere l’occasione giuste, la possibilità di muoversi quando l’offerta è migliore piuttosto che avere delle date prefissate in cui un itinerario deve, per forza di cose, seguire un certo ritmo.
Significa anche spalmare i costi su un periodo più lungo, darsi il tempo di decidere se davvero si vuole fare una certa esperienza o meno.

 

Durante gli anni di viaggio in Latino America le destinazioni fuori budget che mi attraevano particolarmente erano due: l’Isola di Paqua e le Isole Galapagos.
Al tempo non avevo abbastanza risorse economiche per potermele permettere entrambe. Mi sono così fermata in una città da cui sapevo che sarei potuta volare all’isola di Pasqua e ho pensato.

Chiacchierando in ostello ed incontrando chi, invece, veniva da nord e aveva conosciuto anche le Galapagos, dopo lunghi e vari ripensamenti, ho deciso che tra le due preferivo quest’ultima.

Una settimana alle Galapagos al tempo costavano quando due mesi in Bolivia, così nell’economico ostello di Quito ho atteso, speso molto poco, lavorato tantissimo, messo giornalmente soldi da parte e dopo 1 mese di attesa sono partita.

 

tartarughe galapagos
Io con la tartaruga gigante, Galapagos

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Gli ostelli non sono dei posti sporchi e solo per giovanissimi

 

Proprio qualche giorno fa, a poco dal ritorno di un viaggio di due mesi nei Balcani in cui ho dormito praticamente quasi sempre in ostello, ricordo che ho 36 anni, sono capitata su un post in cui si parlava degli ostelli come la scelta più scarna e da miserabili. Alla stessa maniera si parlava di chi optava per questa opzione, quindi me imclusa, come la gente più lurida del mondo, senza gusto e senza risorsa alcuna. Insomma una di quelle persone che è meglio se stanno a casa piuttosto che andare in giro facendo una vita da straccione.

 

Non posso che contraddire chi ha scritto quel post anche perchè dubito che per viaggiare mesi o anni ci si possa permettere di pagare anche solo 50$ solo per la notte.
Quegli stessi standards non sono accettabili neanche per chi lavora o semplicemente per chi non ha intenzione di spendere 100/150$ al giorno, che nel mio caso che sto via 10 mesi l’anno, vorrebbe dire 3000$ al mese ovvero $30.000 in un anno. A maggior ragione perchè so che posso spendere 1 terzo se solo opto per soluzioni distinte.

 

Ma non facciamone neanche solo una questione di soldi.
Alla veneranda età di 36 anni continuo a dormire in ostello quando parto da sola per viaggi lunghi e, a meno che un dato Paese sia molto economico e per quella stessa cifra possa avere una camera privata, dopo 7 anni di questa vita e aver visto ostelli in buona parte del mondo posso affermare che:

 

  • La maggior parte degli ostelli in cui sono stata erano molto più puliti di tanti hotels in cui abbia alloggiato
  • Che è vero che si incontrano molti giovani, anche perchè loro hanno più tempo rispetto un trentenne o maggiore, ma che si incontrano persone di tutte le età
  • Che viaggiando da soli, anche se si è più grandi, gli ostelli sono sempre un luogo interessante di incontro e di scambi, nonchè sono fonte di grande ispirazione

 

 

Dovendo scegliere se prolungare il viaggio o ridurlo, perchè ritengo che un bagno condiviso ed una camera siano inaccettabili ed assolutamente sotto i miei standard, personalmente, preferisco prolungare il viaggio o per lo meno prediligo spendere denaro in attività piuttosto che nel bagno privato.

 

In foto, ostello a Granada, Nicaragua. Non male no?

 

ostello granada

 

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Non devi essere ricco per viaggiare sul lungo periodo, ma i soldi servono

 

Non ho mai sostenuto tantomeno invitato a mollare tutto e partire o a partire senza il becco di un quattrino. So che c’è chi lo ha fatto ma non posso dire lo stesso di me perchè un budget l’ho sempre avuto e mi piace avere delle, anche se poche, certezze.
Dall’altro lato non posso acconsentire con chi ritiene che per viaggiare bisogna essere ricchi o bisogna avere un conto da fare inviada a Paperon de Paperoni.

 

I soldi servono, se non si vuole lavorare in cambio di alloggio o non ci si vuole fermare a lavorare per un lungo periodo in un luogo che comunque è cosa distinta dal viaggiare.
Avendo però viaggiato per il mondo, e avendolo fatto per tre anni con un budget mensile di €600 euro, ritengo che possa affermare che con circa €8000 e uno spirito di adattamento incredibile, dormendo nei posti più economici e mangiando solo street food o prendendo i bus di più bassa categoria, si possano vivere esperienze meravigliose che, anzi, ti metteranno di fronte ad un te stesso che forse neanche credevi di essere.

 

In foto, con Modesta la cuoca boliviana tra le Lagune.

bolivia

 

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Il posto turistico non per forza è da evitare

 

Credo che se un luogo sia molto visitato, quindi turistico, lo sia perchè abbia delle caratteristiche che giustificano la mole di gente che le raggiunge e non c’è nulla di manle nell’andarci.
Non credo neanche che la ricerca del non turistico voglia necessariamente dire affrontare un viaggio migliore.

 

Andiamo in Perù ma non facciamo un salto a Machu picchu? Oppure, andiamo a Roma e saltiamo il Colosseo perchè sappiamo che sarà infestato dai turisti?

Il non andare in posti turisti, non farà di noi un personaggio più figo rispetto gli altri, il rifiutarsi categoricamente di saltarli è una scelta presa più dal proprio ego che da una reale motivamente.

 

Un luogo turistico non è per forza da evitare, soprattutto se l’unica motivazione è che si creda di perdere uno status. Quello del viaggiatore. Che, per quanto mi riguarda sta nel come si fanno le cose e non nel dove si va. E diffidate da chi insinua il contrario.

 

machupicchu

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Una tenda può salvare in calcio d’angolo

 

Non sono una campeggiatrice nata, ricordo la prima volta in tenda come un incubo, Australia 2012, il caldo delle prime ore, a me piace dormire a lungo perchè sono nottanbula, la paura dei serpenti, la scomodità del materassino e quello spazio piccolo per me tanto grande.

Ma ho imparato a fare di necessità virtu e io una tenda la porto, piuttosto alleggerisco lo zaino caricandolo di meno vestiti, ma questa casetta mobile mi ha salvata da spese folli durante i mesi tra Namibia e Botswana dove invece di pagare 100$ per notte ne pagavo $6 per la piazzuola.

 

Capanna Hamar e la mia tenda
Capanna Hamar e la mia tenda

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Lo zaino deve essere leggero. Anzi, leggerissimo

 

I primi sei mesi di viaggio il mio zaino pesava circa 16 kili. Peso che man mano andavo perdendo regalando cose che, mi rendevo conto, non usavo ma che erano diventate un incubo.

Ho imparato a viaggiare per 6 mesi, un anno o due settimane con il minimo indipensabile, un massimo di 10 chili e sto impegnandomi a portare anche meno.

La schiena ringrazia, soprattutto a fronte del fatto che dopo le prime settimane il desiderio di disfare lo zaino ogni giorno per poi rifarlo la mattina successiva è attraente come il cavolo a colazione, e piuttosto che perdersi tra 20 magliette si opterà per la praticità di quelle 4 che sai dove pescarle senza sconvolgere quanto riposto 24 prima.

Per sapere cosa porto in viaggio clicca su: check list zaino di viaggio e attrezzature elettroniche da viaggio.

 

backpacking

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Non esiste un miglior viaggiatore, ne esistono diversi

 

 

Viaggiare è uno stato d’animo, sta nel come si affronta l’esperienza, a prescindere che lo si stia facendo solo, in compagnia, con i mezzi pubblici o con una guida.
Tantomeno sarà lo zaino a fare di noi dei viaggiatori quando però non siamo in grado di vivere questa esperienza per quella che è.

 

Ho incontrato viaggiatori con trolley, o chi con uno zainetto di 5 chili, c’era pure quello che aveva giusto lo spazzolino. Non è il minimalismo necessariamente a fare un viaggiatore migliore dell’altro (anche se in alcuni casi è un indicatore interessante), non sarà il viaggiare da soli che rende migliore di chi invece viaggia in coppia, non sarà l’aver visitato 50 paesi in 10 anni a fare di qualcuno un esploratore di prima categoria.

Finchè si discuterà sul cosa piuttosto che sul come, stiamo discutendo dell’argomento sbagliato.

 

tropic capricorn namibia

 

 

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Fare un tour organizzato non sta sminuendo lo status del viaggiatore, e se lo credi stai perdendo una occasione

 

Se non avessi fatto tanti tours organizzati mi sarei persa luoghi meravigliosi.
Dalle lagune boliviane ed il salar de Uyuni, al tour a Macchu Picchu, o quello di Lanquin in Guatemala, o ancora la scalata del ghiacciao Franz Joseph in Nuova Zelanda per non parlare dei safari in Tanzania o la Dancalia in Etiopia.

 

Tra l’altro in genere ogni volta che arrivo in una città sono felice di prendere parte a una visita guidata per poter avere una introduzione al luogo che mi appresto a conoscere.

Prendere parte ad un tour organizzato non sta sminuendo la tua indipendenza ma anzi arricchiesce la tua esperienza di viaggio.
Il rifiutare di farli per questione di principio è, all’opposto, un rischio che potrebbe farti perdere un posto bellissimo o darti chiavi di accesso interessanti alle comunità locali.

 

danakil ethiopia

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Non necessariamente il backpacker è un viaggiatore etico

 

Il backpacker idealmente si identifica come quello che viaggia con uno zaino in spalla e ha pochi soldi. Quello che spende poco per dormire, mangiare, magari fa autostop o si fa ospitare per dormie. Per aver un miglior contatto con la gente, si dice.

 

Se da un lato questo è vero, ho fatto autostop perchè non c’erano alternative, ho dormito a casa della gente perchè invitata ma mai perchè non avevo soldi per pagare un ostello. Dall’altro lato noto che alcuni in questo modo di viaggiare, proprio per mancanza di risorse, approfittino proprio di quelle persone che per vivere avrebbero bisogno di un aiuto e non una bocca in più da sfamare.

 

Ho visto backpackers, o presunti tale, negoziare portando allo sfinimento i proprietari di guest houses per avere dei prezzi più bassi, altri pagare quanto decidevano che per loro fosse il giusto prezzo, altri spendere soldi in alcool e droga ma poi giocare al ribasso proprio con quelle persone per cui l’insignificante sconto preteso invece sarebbe un grande aiuto.

 

 

L’etica sta anche in questi dettagli, considerare chi hai di fronte e chiudere un occhio se stai pagando quei 50 centesimi in più, quando sai che se per te è meno di una birra per loro potrebbe essere un pasto in più, contribuendo attivamente alla salvaguardia delle tradizione, dell’ambiente e della cultura.

 

 

bus kosovo

 

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Le migliori storie di viaggio hanno a che fare con chi incontro e raramente con il luogo

 

Dai mercati caotici, dai gabinetti che sono dei buchi nel terreno o dei minibus lenti e sconcassati. Ecco da vengono i miei racconti e ricordi di viaggio più importanti.

Dalle notte in casa con Monica a Maun, in Botswana o ospitata nella baracca di Chechi, a Gunau in Namibia, o ancora Silvana la mia amica delle Galapagos, o il signor Corrado di Portopalo di Capopassero o Alem ad Harar o il signor HOTHOT di Pangani e potrei continuare ad oltranza.
E’ a loro che assicio ogni singolo luogo perchè è con loro che l’ho vissuto e anche se alcuni posti non sono i più belli del mondo, per me, in qualche maniera, lo sono diventati.

 

 

Mbeya market

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Quando perdo la capacità di sorprendermi, è arrivato il momento di tornare

 

Mi è accaduto in più occasioni, la prima volta che ho sentito che qualcosa non andava più come avrebbe dovuto, ho fatto uno sforzo per continuare perchè credevo fosse impossibile stancarsi di viaggiare.
Eppure, è accaduto e quando ho compreso che non provavo più emozioni forti anche di fronte a meravigliosi panorami o incontrando persone speciali ho capito che era il tempo di tornare a casa.

 

Viaggiare senza termine piano piano fa scemare l’entusiasmo e, temo, appiattisca la percezione del mondo con il rischio di non dare il giusto valore a quanto ci sta intorno.

Su questo argomento ho scritto un post: Potresti viaggiare per tutta la vita?

 

 

young monk
Giovanissimo monaco buddista a Bagan

 

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Non dare ascolto ai DEVI ANDARE A/IN

 

Non esistono dei DEVI quando si parla di viaggio, ma solo dei voglio.

Questo sarebbe il senso di quando si viaggia sul lungo periodo. Ogni qual volta decido di andare in un determinato Paese la sfilza di commenti che mi inviato ad andare altrove, perchè DEVO, mi fa sorridere un pò e, credo simpaticamente, rispondo sempre che almeno in queste scelte non vorrei avere dei doveri ma solo dei piaceri.

 

Non esistono i must do, esiste solo quelllo che in questo momento ci ispira, ci chiama, e per cui siamo disposti ad investire tempo ed energie. O si rischia di fare dell piacere del viaggio una sorta di corsa alla vincita del Guinness dei Primati.

 

 

Victoria Falls microflight
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Il viaggio ci rende, o dovrebbe rendere, umili

 

 

Quando ho cominciato a viaggiare nulla di quanto oggi ci martella in rete esisteva. La mia passione era, ed è rimasta, genuina, credo perchè allora era impensabile poter credere di avere una vita del genere.
Tantomeno avevo mai desiderato di viaggiare a tempo indeterminanto, non era la norma e quanto ho cominciato non ero drogata da messaggi che invitavano a mollare tutto e partire.

 

Con il passare degli anni si è cominciato ad essere martellati da nuovi stili di vita, creando una sorta di competizione, soprattutto accentuata e resa possibile dai vari social, tra chi crede di detenere la verità.

 

Se da un lato è giusto parlare del viaggio come esperienza che apre la mente, dall’altro si faccia strada, di pari passo, una sorta di chiusura egocentrica per cui ognuno urla la propria superiorità e ad una sorta di muro per cui se non appartieni a questa categoria allora non hai capito nulla della vita.
Viaggiare dovrebbe insegnare ad essere umili, non solo quando ci si trova accanto ai più sfortunati, questo è facile basta anche poca empatia per diventarlo, ma anche nei confronti di chi compie scelte differenti, ed altrettanto rispettabili.

 

South Africa

 

Viaggiare ti fa sentire impotente

 

Viaggiare ci entusiasma di fronte alle bellezze del globo, ma ci spoglia di fronte alle bruttezze del mondo. Ci fa sentire impotenti di fronte alle ingiustizie regalandoci domande più che risposte.

 

Viaggiare insegna a pensare prima di giudicare lo sconosciuto e a pensare in maniera differente, proattiva e generosa. Insegna a capire le motivazioni che spingono gli altri a comportarsi in un certo modo facendoci sentire quasi colpevoli di essere più fortunati e quindi in dovere di fare qualcosa.

 

solo travel africa

 

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Viaggiare non è pericoloso ma insegna la prudenza

 

Non appartengo al gruppo di persone che reputa che tutto il mondo sia Paese, anzi credo proprio il contrario. Esistono destinazioni più sicure di altre e mi stupisco quando persone navigate in questo mondo sostengano il contrario. In Centro America tengo gli occhi più aperti e maggiori precauzioni che in Asia, per esempio.

 

Ho visto tanti ragazzi picchiati o derubati, soprattutto in città latino americane, ed i motivi per cui questi fatti sono accaduti risiedevano tutti nello stesso errore, credere di potersi comportare come se si fosse a casa, per esempio camminare la notte da soli nelle grandi città o ubriacarsi e tornare alle 4 del mattino soli e a piedi per non spendere 1$ di taxi.

 

Quando viaggio modifico di molto i miei comportamenti abituali, sto molto più attenta quando esco a cosa faccio, con chi esco, dove vado e come mi muovo. Se quando vivevo a Berlino tornavo a casa camminando alle 5 del mattino non farei la stessa cosa a Cape Town o a Buenos Aires.
Non dico che necessariamente qualcosa di brutto debba accadere ma è più facile che si venga rapinati in certi luoghi piuttosto che altri.

 

Il mondo è pericoloso se non si prendono le giuste precauzioni, poi è altrettanto vero che certe cose possono comunque succedere dovunque, ma per lo meno non si avrà mai il dubbio di aver peccato di poco zelo.

 

harar

 

Basta l’inglese per girare il mondo

 

Parlo due lingue, più l’italiano, ma se c’è una lingua che ho utilizzato più di altre, anche negli anni in cui ho viaggiato in Latino America, è l’inglese.
Basta saper parlare un pò di inglese e nuovi mondi ci si apriranno, la comunicazione è importante e l’inglese in linea di massima è la lingua maggiormente parlata.

 

Si può viaggiare senza parlare l’inglese? In linea di massima potrei dire di si, ma la vita si complica, anche le cose più semplici diventano complicate e sopratutto si tagliano fuori numerose esperienze che, proprio grazie alla possibilità di comunicare, diventano speciali.

 

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In 7 anni di nomadismo digitale ho imparato che:

 

Viaggiare e lavorare, seriamente, sul lungo periodo non è possibile

 

Come ben sai, o forse no, io non lavoro come travel blogger, ovvero non ho fatto del viaggio il mio lavoro, se non in maniera piuttosto lata.
Le ore che dedico al lavoro si aggiungono a quelle che dedico per scrivere posts come questo che stai leggendo a cui dedico molto ore per il puro piacere di convididere, nella speranza di fornire informazioni utili per chi desidera pianificare la propra avventura e raccontare quello che mi passa per la testa.

 

Non c’è voglia di fama o di guadagno dietro quello che scrivo.

 

Lavoro esattamente come chi giornalmente va in ufficio, con l’unica differenza che non ho un ufficio. Aggiungo anche che il mio progetto, proprio perchè tutto mio, richiede impegno e sforzo e disponibilità e presenza 7/7.
Ecco perchè sono arrivata alla conclusione che, se viaggiare sul lungo periodo di per sè è stancante, abbinare un lavoro a tempo pieno, il mio lo è anche se flessibile, rende questa esperienza ancora più complessa.

 

Essere indipendenti dalla locazione non significa che si sia perennemente in vacanza.
Il 50% del lavoro che svolgo rende econonomicamente, l’altro 50% no, ma ho piacere di farlo (rispondere ad email per elargire consigli, gestire i social che non uso come canali commerciali ed uso comunque male, scrivere posts informativi sui miei viaggi buona parte dei quali non toccano destinazioni con cui lavoro etc), così che il viaggio, le rotte, i tempi dipendono tantissimo da gli impegni che devo rispettare e che, ovviamente hanno la priorità.

 

Ho lavorato molto per trovare il giusto compromesso tra il viaggio ed il lavoro facendo il possibile per non farli mai diventare una cosa unica. Perchè quando un piacere si lega indissolubilmente  lavoro rischia di diventare un obbligo che non si può più scegliere.

 

io isola porta

 

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Non basta la passione. Di scrittura di viaggi non si vive

 

Passione. Ormai questa parola è talmente tanto abusata che ci penso un paio di volte prima di scriverla.

Ma ricordo benissimo quando 15 anni fa per la prima volta sono stata invitata a scegliere o pensare un lavoro che potesse realizzare le mie passioni.
15 anni fa, la persona che mi parlava in questi termini era simpaticamente considerato un visionario. Però convincente. Tant’è che decisi di seguire quanto mi diceva per realizzarlo, anche se non mi era molto chiaro come e soprattutto facendo cosa.

 

Ricevo ogni 2 giorni emails da chi esordisce che ha la passione del viaggio o delle scrittura e che vorrebbe fare di questa passione il proprio lavoro.
Vi svelo un segreto, ma sarei felice di essere smentita, nessuno vive di scrittura di viaggi.

 

Tutti quelli che lo dicono forse dimenticano di raccontare tutto il resto.
Per esempio che offrono servizi di consulenza, che si attrezzano a portare a casa la pagnotta facendo differenti lavori aggiuntivi (sempre sul web ma non esclusivamente di scrittura), o, nel caso di chi guadagna con il proprio blog, con le affiliazioni per esempio, applica strategie di guadagno per cui la scrittura è un mezzo ma non il fine.

 

La passione è importante ma non basta. Serve talento, dedizione, studio, fallimenti (tanti), tentativi, tempo, predisposizione, strategie e conoscenze che si acquisiscono con il tempo.

 

safari tanzania

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La libertà ha un prezzo

 

Correlato a quanto scritto su, questa libertà di movimento ed estrema flessibilità ha un prezzo da pagare.

L’altro giorno parlando con mia cugina Debora che vive a Mendoza, Argentina, e come me è una free lance, sono arrivata alla certezza che questa libertà di movimento e di tempo ha un prezzo da pagare, il lavoro senza sosta e la impossibilità di potersi assentare anche solo per qualche settimana.
Per noi free lance, non lavorare qualche settimana significa perdere clienti, che significa perdere denaro oltre che credibilità nei confronti di chi ci contatta.

 

Il prezzo da pagare per poter vivere dove desideri per il tempo che desideri, per me vale la pena di fare altrettante rinuncie. Anche non avere ferie che possa definire tali al 100% e l’instabilità economica, oggi guadagno 4000 e domani magari 500.

 

mercato mbeya

 

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Volere è potere ma serve un piano

 

Tra quelli che si stupiscono della direzione che la mia vita ha preso ci sono anche io. Se per i primi tre anni ho viaggiato con pochi soldi e senza avere un piano reale, se non quello di tornare in Europa e cercare lavoro a Berlino appena arrivata, una volta rientrata ho capito che avevo tra le mani qualcosa su cui sviluppare un progetto e che questo qualcosa era qualcosa di unico.
L’aver vissuto alle Galapagos mi ha fatto diventare una specialista in questa destinazione molto di nicchia e su questa ho cominciato ad applicarmi con più serietà.

 

Quando ho capito che avrei dovuto investire tempo e anche denaro per far crescere l’idea, ho stretto la cinghia nuovamente e ho dedicato i miei sforzi, durati 2 anni, a creare qualcosa che mi rappresentava anche quando ferma, che sapevo di poter fare bene, che aveva bassa concorrenza (volevo facilitare la vita non complicarla), e che mi avrebbe permesso su un periodo che speravo potesse essere di altri 2 anni, di pagare altre persone per affiancarmi in questo cammino che non mi andava più di fare sola, mossa soprattutto dal desiderio di dare la stessa opportunità che è stata data a me nel 2011, un pò di fiducia nel fatto che potessi svolgere un compito, ad altri.

 

Volere è potere, giustissimo, ma come per la questione della passione non basta il volere, bisogna agire ed avere un piano, un progetto, incentrandosi su poche semplici domande: COSA SO FARE CHE NON SANNO FARE GLI ALTRI? CHE BISOGNI POSSO SODDISFARE? COSA OFFRO CHE GLI ALTRI NON OFFRONO?

 

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Conclusioni: Viaggiare non è la risposta, anzi ti pone di fronte ad infinite domande

 

 

Il delirio fomentato da messaggi che ci martellano giornalmente che ci propinano stili di vita nomadi, senza punti di riferimento per molti è diventato lo stile di vita a cui si ambisce è attraente. Sconvolgente.

 

Si è disposti a tutto pur di arrivarci. Lo staccarsi da un posto fisso, itinerare senza scadenza, lo smettere di pensare ad un domani perchè tanto la pensione non l’avremo.

Eppure, dopo 7 anni in viaggio, come controbotta all’aver vissuto in pieno quello che tutti oggi desiderano, mi ha fatto rivedere molte posizioni che credevo fossero giuste agli esordi (fase egocentrica, ci sono passata anche io).

 

Alla pensione ci penso, e se non sarà lo Stato a darmela allora comincio ad attrezzarmi da sola mettendo ogni mese soldi da parte. Ad un luogo che possa considerare casa ci ho pensato, come penso a ricreare una vita di routine e di affetti, famiglia ed amici, che ricoprono un ruolo importante nella mia vita.

 

Viaggiare e allonarsi non è la risposta ai dubbi e ai problemi che abbiamo oggi e in cui ci sentiamo intrappolati.
E’ forse, dopo un pò, il vaso di pandora che si scoperchia, e ci svela che il problema non era il mondo da cui stavamo scappando ma come noi lo stavamo affrontando.
Il viaggio è sicuramente terapeutico, un sintomo, la reazione al desiderio di ribellione a un momento in cui magari facciamo qualcosa che non ci piace e che vorremmo cambiare, un momento importante in cui cominciamo a farci delle domande mettendo in dubbio quanto fatto e pensato prima e quanto faremo e penseremo dopo.
Tre anni dopo la partenza, le mie paure improvvisamente mi hanno raggiunta nuovamente lontana mille miglia da dove ero fuggita 3 anni prima e si sono materializzate di nuovo.

Quando il viaggio è diventato routine, anche questo era diventato scontato e rappresentava la normalità, mi ha riportata allo stesso punto di partenza, ho capito che era arrivato il momento di affrontarle  e dovevo farlo in un campo che conoscevo e con cui volevo confrontarmi nuovamente,

Avrei potuto continuare a viaggiare ed invece ho fatto lo zaino e sono tornata, quasi 1000 giorni dopo.

 

Solo dopo aver avuto un faccia a faccia con i miei problemi e le mie ansie, esattamente 1 anno dopo, sono stata in grado di riprendere lo zaino e ripartire. Avevo fatto pace con i tomenti ed ero pronta a fare un viaggio in compagnia di una nuova Giulia.

 

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Giulia Raciti

Esperta di Africa e Latino America sono in viaggio perenne dal 2011. Ho fatto un giro del mondo in solitaria durato 3 anni. Mi occupo di realizzazione viaggi personalizzati e su misura in Africa e Sud America

Questo articolo ha 15 commenti.

  1. Majla

    Splendida realtá… parole genuine e di forte credibilitá! Al di lá di tante menzogne… ho deciso di intraprendere il mio personale viaggio nel mondo verso il quale sono grata di esser nata… non ho ampia conoscenza di esso… tanto meno sufficienti mezzi per esplorarlo tutto… ma sicuramente le tue parole sono di grande ispirazione e una base dalla quale partire! Grazie per il tuo tempo prezioso e Buon Viaggio… chissá un giorno ci si incontrerá 😉

  2. Sara

    Ciao Giulia,
    Grazie per il tuo post. Mi ha dato punti interessanti su cui riflettere durante questo viaggio e mi ci sono anche riconosciuta per diversi aspetti.
    Solo questo, ti mando un in bocca al lupo dall’India. 🙂

  3. christian

    Bello…sito trovato per caso e subito messo tra i preferiti!

  4. matteo

    Brava…bell’articolo….e in generale ottimo blog!
    …inutile dire che una parte dime t’invidia……
    =0)

  5. dueingiro.it

    un bellissimo articolo e molto sincero, letto tutto!

  6. narrabondo

    Adoro questi tuoi post “core a core”. Trasmettono sempre tante belle sensanzioni.

  7. Monica

    Bellissimo Giulia,
    A chi legge e si trova a dover scegliere obbligatoriamente una strada, chiarisci un po’ le idee. Parole semplici e ben comprensibili, tanta praticità e soprattutto che in ogni ambito è sempre necessario “stringere un po’ la cinghia” per raggiungere i tuoi obiettivi

  8. Maria Pia

    Cara Giulia, i tuoi articoli sono sempre molto interessanti. Mi fanno sognare ad occhi aperti anche se, immedesimandomi, capisco che non non è sempre così facile come sembra. Ma L’avventura è l’avventura e lascia sempre dei ricordi indelebili. In bocca al lupo!!!!

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