Quando si parte per un lungo viaggio...

A un tavolino di un bar, in questo strano posto tipo centro commerciale del mangiare, parliamo di Etiopia, di internet che va a singhiozzo, di donne che partoriscono in condizioni basiche, di bambini a cui si insegnano i rudimenti dell'inglese, dei progetti che non sapevo esistere dietro associazioni di volontariato articolate.   L'Africa è vicinissima […]
Post pubblicato il: 29 Febbraio 2016
Scritto da: Giulia Raciti

A un tavolino di un bar, in questo strano posto tipo centro commerciale del mangiare, parliamo di Etiopia, di internet che va a singhiozzo, di donne che partoriscono in condizioni basiche, di bambini a cui si insegnano i rudimenti dell'inglese, dei progetti che non sapevo esistere dietro associazioni di volontariato articolate.

 

L'Africa è vicinissima e lentamente sto mettendo dei pezzi di puzzle uno accanto all'altro. Comincio oggi con il primo. Il saluto a Berlino, città che mi ha ospitata per un anno. Esattamente un anno oggi.

 

Si ritorna allo zaino in spalla, ai vestiti che se mettessi qui mi prenderebbero per hippy, anti-zanzare e reti per dormire, pochi chili come bagaglio, autobus sporchi e strade polverose, vaccini a cui pensare, pellegrinaggi in ambasciata per richiedere il visto, un sentire fatto di voglia di andare e salti nel buio, come bui e poco abitati sono i siti di ostelli che per la destinazione da me scelta sembrano offrire poco e niente.

 

Non c'è niente da fare.
Che abbia viaggiato per anni o meno, la cosa non fa di me una persona più coraggiosa di tanti altri. L'organizzazione del viaggio mi eccita ma mi terrorizza.
Un altro salto nel buio verso un Paese che mi ha chiamata, in maniera più o meno insapettata.
Da un anno ormai pensavo all'Africa in maniera ossessiva ma silenziosa. Non ne parlavo con nessuno, nemmeno con me stessa, salvo poi trovarmi la notte a leggere di racconti e diari di viaggio in aree del mondo il cui il fenomeno backpacking non è ancora evoluto, non come nei continenti che ho visitato fino ad oggi.

 

Il Kenya, prima, la Sierra Leone poi e che oggi è inaccessibile a causa della epidemia mortale che ha fatto già morire migliaia di persone, poi alla Namibia (chiamata anche l'Africa per principianti), dove invece ho indirizzato mia sorella per il viaggio di nozze.
Etiopia, invece. Non so il perchè, ma la scelta è caduta su questo Paese orgoglioso e fiero, culla dell'umanità e terra del numero più alto di tribù.

 

Dancalia - Photo by ethiopianairlines.it

Dancalia - Photo by ethiopianairlines.it

 

Cosa mai imparerò in questa avventura che mi porterà in un mondo ignoto?

Durante il mio giro del mondo durato qualche anno ho come la sensazione di aver acuito la difficoltà a dare un valore al tempo e allo spazio. In Argentina ho capito che la percezione dello spazio e quindi dei tempi diventano relativi, e dopo qualche mese in queste sconfinate terre, si inizia credere che 600km significhi vicino ma che 2 settimane non siano mai sufficienti.

 

Allo stesso tempo il tempo si è dilatato in una maniera sconsiderata.
Vivevo le mie giornate di viaggio nella totale tranquillità e in lentezza, posso ancora oggi ricordare giorno dopo giorno.
Le immagini sono vive e ricordo benissimo ogni singolo momento, ogni singola persona incrociata, ogni singolo bus preso.

 

Stavolta 60 giorni è il tempo limite che mi sono data per riabituarmi al viaggio, allo zaino, agli autobus e alle strade che a volte tali non si dovrebbero neanche chiamare.

 

Prima di partire per un lungo viaggio con l'eccitazione c'è sempre il terrore.
Il terrore di aver voluto osare troppo, di non farcela, di non aver fatto i giusti calcoli, di aver dato per scontate troppe cose.

 

Quel giorno che salutai papà all'aeroporto, con lo zaino da 15 chili in spalla, direzione Bangkok per un viaggio di cui non conoscevo ancora l'esito, piangevo come una bambina chiedendogli perchè stavo facendo di nuovo tutto ciò. In fin dei conti a casa stavo bene, ero protetta e al sicuro.

 

Lui, che dei miei viaggi non ha mai capito il senso, con gli occhi gonfi e il desiderio di vedermi rimanere piuttosto che andare, non disse una sola parola, mi baciò sulla guancia e mi disse "torna presto". Ma sapevo quello che stava pensando.
Chiesi di non entrare ai controlli con me. Volevo passare quella porta da sola. 2 ore dopo ero in volo. E caddi in un sonno profondo.

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Scritto da Giulia Raciti

Esperta di Africa e Latino America sono in viaggio dal 2011. Attualmente a bordo di un van. Ho fatto un giro del mondo in solitaria durato 3 anni. Scrivo delle destinazioni che visito. Mi occupo di realizzazione viaggi personalizzati e su misura in Africa e Sud America sul sito dedicato Kipepeo Experience.

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