Vietnam in moto – Gli gnocchi e i noodles (Parte III)

Vietnam in moto – Gli gnocchi e i noodles (Parte III)

Il racconto di viaggio di Matteo continua, e in questa terza parte affronta un “clichè” veritiero che ha a che fare con il cibo, per noi italiani molto importante. Matteo cucina gli gnocchi, e il vietnamita abituato al suo riso non riesce a mangiarli, gli sembrano strani e forse gli fanno impressione.
Mi ricorda i miei amici ecuadoriani che alla terza volta che ho preparato il risotto mi chiesero di non farlo mai più, perchè loro il riso lo mangiano in bianco e vederlo in “poltiglia” lo rende visvamente (e forse anche di gusto, ma questo dolore me lo hanno evitato) immangiabile. Pensai, forse vivono il mio ottimo risotto un pò come per me sarebbe avere di fronte un piatto enorme di pasta scotta. Non ce la posso fare.

Una giornata a tavola con un’argentina e un vietnamita. La tavola, dove culture e tradizioni si incontrano…e a volte si scontrano

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Da Lat, martedì 8 luglio

-Sicuro di riuscire a guidare in queste condizioni? Scusami se te lo chiedo ancora ma le moto mi spaventano-
No, non lo ero minimamente.
Le mie limitatissime abilità di pilota avrebbero dovuto gestire: uno zaino fucsia che dovetti imbrigliarmi sul davanti, le cui dimensioni seppur limitate influivano notevolmente sulla mobilità del manubrio, ovviamente me, la titubante Laina e il suo solito, titanico zaino da viaggio rosso che faceva a tutti gli effetti per peso e dimensioni le veci del terzo passeggero.
-Secondo te sarei venuto qui alle cinque e mezzo del mattino per porgerti i miei omaggi di benvenuto?-
Non aspettai una replica e partii.

I duecento metri che ci separavano dalla strada furono talmente singhiozzati che inizialmente pensai la moto, prestatami quella mattina stessa dal proprietario dell’ostello, avesse un qualche problema, salvo rendermi poi conto che il tutto dipendeva unicamente de me e dalla mia mano pesante sull’acceleratore. Comunque, considerando che al mio imbarazzante due ruote dovevo spesso e volentieri ruotare la manopola al massimo per avere una risposta dal motore, non posso tanto biasimarmi per questo quanto piuttosto per il più che precario equilibrio tenuto. Duole ammetterlo ma, in effetti, oscillavamo come un fuscello al vento.
-Potresti smetterla di scherzare? Mi fai male alla schiena-
Andiamo bene pensai, lei credeva addirittura che facessi tutto di proposito. Avrei potuto lasciarla nella rassicurante illusione che avessi un tale controllo del mezzo da potermici addirittura trastullare, ma che diavolo, l’idea di terrorizzarla era troppo seducente.
-Lo farei volentieri se solo potessi-
-Ma tu sei serio! Fammi scendere!-

Il tono della voce era stato modulato a un livello tale che ignorò completamente lo schermo acustico del casco e mi colpì con tutto il suo impeto all’orecchio, facendomi nicchiare quasi mi avesse rifilato uno schiaffo a mano rovescia. Il suo corpo invece non si mosse di una virgola, tale era la paura che anche il suo più impercettibile movimento avrebbe potuto portare a una rovinosa caduta.
-Calmati, abbiamo raggiunto la strada, vedrai da ora andrà meglio-

E dal momento in cui potei inserire la terza marcia, la rilassante e lineare terza marcia, effettivamente le cose presero a migliorare. Migliorarono tanto che arrivai a concedere il mio sguardo e, Laina me ne perdonerà, parte della mia attenzione a quella che tutto sembrava tranne che una cittadina vietnamita, o almeno dell’idea che mi ero costruito di una cittadina vietnamita, basica e arrangiata.

Costruzioni fastose dai toni chiari costeggiavano un lago che nulla aveva in comune con le masse torbide tipiche del sud est asiatico: le sue acque erano di un blu pieno e profondo, e le sue rive gentili venivano esaltate da parchi con un vasto assortimento floreale. Persino nell’area periferica in cui l’ostello era situato le abitazioni conservavano una loro dignità, con mura perfettamente inverniciate (assai raro trovane altrove) e vialetti intonsi da spazzatura (fatto altrettanto raro).

Davvero nulla in quel posto sembrava cadere nell’incuria che l’aveva fino ad allora fatta da padrona nei luoghi attraversati soltanto il giorno precedente, e per quanto la tanto decantata tipicità potesse soffrirne, tutto ciò era oltre ogni modo gradevole.
da lat

Non che in quella lontana e per certi versi stramba terra la primavera sia annoverata tra le stagioni, eppure quel pomeriggio sembrava ricalcarne tutti gli aspetti più piacevoli.
L’aria a metà tra il frizzante e il pungente corroborava i sensi, mentre il cielo era solo in piccola parte macchiato da dei cirri che non ne condizionavano l’azzurro, magari soltanto leggermente ingiallito da un sole che sembrava essere mancato da troppo tempo. Il verde del parco, coltivato per giorni o addirittura settimane dalle piogge monsoniche, stava cogliendo la sua occasione per mettersi in mostra dando la sensazione di risplendere di luce propria, e camminarvi in mezzo ringiovaniva il cuore.

-Quindi ti stavi allenando, ti stavi allenando saltando e tirando pugni al nulla alle sei del mattino-

A giudicare dal suo sguardo ciò non gli sembrava inconsueto allora così come non gli sembrò inconsueto quella stessa mattina, quando entrando nel dormitorio io e Laina ci trovammo d’innanzi agli occhi quello strano figuro saltellante, che alcuni secondi dopo prese per lei il nome di Hau.

-Certo, la prima mattina è la parte migliore della giornata per allenarsi-
-Lo è anche per dormire quando si è in vacanza-
-Dormire è solo per le checche-

Mi ricordò vagamente un tizio russo conosciuto in Nepal, che durante il rigido inverno siberiano ama testare le fibre del suo corpo immergendosi in un lago pressoché gelato (tutto a suo dire, intendiamoci). Verificai comunque che l’essere invasati in tal senso calza in modo migliore quando si è alti e biondi piuttosto che tarchiati e occhialuti.

-Lungi da me scoraggiare il prossimo Bruce Lee- Gli dissi sorridendo, e lui fece per rifilarmi una falsa gomitata nelle costole con tanto di kiai, il soffocato urlo tipico dei praticanti del karate. Poi si ricompose immediatamente, quasi a voler cancellare l’eccesso che scommetto a suo parere non si confaceva allo stereotipo dell’uomo duro che tanto amava emulare.
-Tu e Laina state insieme?-
-Decisamente no-
-…Bella ragazza comunque, no?-

Ero sicuro che lo pensasse, i suoi occhi al momento delle presentazioni erano come quelli di un ragazzino che scopre per la prima volta che quella sua compagna di classe, in fondo, non è poi così male. Perché Hau del resto è questo, un amabile giovinetto che tenta caparbiamente di indossare un vecchio costume da uomo, ma per sua sfortuna quella cerniera lampo non vuole proprio saperne di chiudersi.
-Ma sì, dai- Risposi.
-A te non piace?-
Una ragazza può essere carina senza necessariamente piacerti, inoltre mi ha detto che ancora pensa al suo ex-
Lui annuì increspando le labbra.
-Spero di non aver infranto i tuoi sogni amorosi- Ripresi.
-Guarda che io la ragazza ce l’ho, stiamo insieme da due anni. Solo che non è bella come lei-

Schietto il ragazzo, non c’è che dire.
Risi sommessamente e guardai lei, che se ne stava alcuni metri davanti a noi ad armeggiare con la sua amatissima macchina fotografica: a quanto pare vedeva in quella semplice aiuola di violette ben più di una semplice aiuola di violette.
Per inciso, io vedevo solamente una semplice aiuola di violette.
violette

-Sono sicuro che ne usciranno foto molto profonde- Le urlai.

Ignorandomi completamente, lei si prese il suo tempo per terminare il reportage e quindi ci raggiunse.

-Non accetto giudizi da chi non ha senso artistico-
-E io non accetto giudizi sul mio senso artistico da chi indossa pantaloni come quelli-
Non che io abbia qualcosa contro i pantaloni da clown, ma questo quando vengono per l’appunto indossati da un clown, e per quel che ne so Laina non lo è. E come se già la forma non fosse sufficiente a classificarli come ridicoli, vi si aggiungeva anche una trama arlecchinesca dai toni spenti a rincarare la dose.
-I miei pantaloni sono bellissimi, boludo!-
-Anche secondo me- Intervenne timidamente Hau, cui rifilai un’occhiata esasperata.
-Oh ti prego! Sei pietoso!-

Lui mi colpì con un buffetto alla spalla, ed io non fui capace di trattenere un sorriso. C’erano certo ancora delle evidenti tracce d’imbarazzo nei suoi atteggiamenti nei confronti miei e di Laina per le quali non potevo biasimarlo, del resto non solo c’eravamo incontrati solamente il giorno prima, ma posso assicurare inoltre che le differenze tra l’espansivo temperamento latino e il riservato carattere orientale non sono soltanto dei banali cliché.
Eppure avvertivo chiaramente che ora dopo ora lui andava sciogliendosi, e questo era oltre ogni modo piacevole sia per il cameratismo che andava creandosi, sia per la consapevolezza che stava cominciando a vedere quella compagnia come qualcosa di più di una semplice alternativa alla solitudine.

-Piuttosto, hai deciso con cosa ci avvelenerai stasera?- Intervenne lei.
Sì, il singolare “quasi” invito a cena dove ero io stesso a dovermi cucinare era per quella sera.
-Direi gnocchi-
-ñoquis?-
-Gnocchi!-
-ñoquis! E’ il corrispettivo in spagnolo!-
-Gnocchi e basta!-
-Es un boludo!-
-Cos’è gnocchi?- Chiese Hau.
-Un piatto molto gettonato in Italia, ti piacerà-
gnocchi 2

Piatto gettonato certo, ma soprattutto come tutti ben sapete anche particolarmente economico in quanto ad ingredienti, e fu senza dubbio quest’ultimo fattore ad averlo fatto prediligere ad altre delizie italiche.
-Un mio amico tornato da un viaggio in Italia mi disse che avete un riso molto buono, con lo zafferano-
Gli passai la mano sulle spalle.
-Con tutto il rispetto per la cucina vietnamita Hau, ma che dio mi fulmini se mangerò riso anche nell’unica occasione in cui posso evitarlo-
Il riso, croce e delizia per qualsiasi individuo deciso a spendere più di un mese in terra asiatica: in possesso dell’apprezzabilissima capacità di saziare a un costo esiguo e allo stesso tempo di stancare con una facilità disarmante, e questo poiché ci si trova, inevitabilmente, a cibarsene giorno dopo giorno.

-E con cosa è fatto lo gnocchi?-
-Principalmente patate e farina-
Sembrava alquanto dubbioso, quasi come gli avessi detto che avrei miscelato caffè e sale. Gli diedi quindi una pacca sulla schiena e lo rassicurai.

-Essù dammi un po’ di fiducia! Ti piacerà, davvero!-

gnocchi

– Manda giù quel boccone!-

Gli bisbigliai nella maniera più tagliente che potei. Quel suo masticare lento e sofferto mi stava dando ai matti.

-Non ci riesco- Mi rispose lui, continuando a far roteare quegli improbabili baffetti.
-Ma che diavolo vorrebbe dire che non ci riesci?!-
-Che non ci riesco-

Mi soppesava a suo modo, con quello sguardo tra l’assente e il contemplativo che per quanto avessi ormai assodato essere la sua unica maniera di porsi, risultava in quella precisa occasione particolarmente irritante. Mi voltai di scatto verso Laina, e a quanto pare il mio sguardo le fu sufficiente per intuire la domanda che le avrei fatto da lì a pochi istanti.
Per me questi ñoquis sono ottimi- Disse infilandosene uno in bocca.
Mi voltai quindi nuovamente verso Hau con rinnovata sicurezza.
Non che avessi bisogno di conferme comunque, quegli gnocchi al sugo di pesce erano fantastici. Mi si sarebbe potuto forse contestare il sugo dato che utilizzai un pesce di cui nemmeno conosco il nome, ma non gli gnocchi, punto.

gnocchi al sugo di pesce
gnocchi al sugo di pesce

-Sentito? Sono ottimi, ora smettila di comportarti come un bambino e pulisci il piatto!-
Lo strampalato siparietto non sembrava né turbare né tantomeno divertire il quarto commensale, Xuan, un piccolo soldatino per fattezze e portamento la cui impassibilità era talmente spiccata da farlo somigliare più a un elemento d’arredo che al figlio della matrona. Davvero, per tutta la serata non aveva proferito una singola parola a nessuno, presentazioni comprese visto che si limitò a una silenziosa stretta di mano.

-Se inghiotto la poltiglia che mi si è formata in bocca rischio di soffocare-
Poltiglia! Due ore trascorse a plasmare con cura e amore quei teneri cuscinetti gialli rigonfi di bontà e lui si era permesso di liquidarli in quattro e quattr’otto chiamandoli poltiglia!
-Ti assicuro che se non inghiotti corri un rischio più alto di soffocare poiché ti strozzo io!-
-Sarebbe comunque un modo più dignitoso di morire-

La doverosa replica mi fu quindi negata dal ritorno della padrona di casa, una donna di mezz’età dagli occhi gentili di cui pur sforzandomi non ricordo il nome, appena uscita dalla cucina con due piatti fumanti che avrebbero verosimilmente dovuto rappresentare la parte vietnamita della cena. Il suo passo lento e aggraziato muoveva sul parquet del salone facendone scricchiolare le incerte assi, il cui suono sembrava poi venire seguito anche dall’attempato mobilio presente.
Volendo aprire una parentesi sul contesto in cui ci trovavamo, senza peccare d’indelicatezza posso affermare che tutto sembrava rivestito di carta in quel luogo, una carta designata al ricalcare un opulento stile classico occidentale che però per l’appunto sempre carta restava, e non era quindi raro imbattersi in delle spiegazzature che rivelavano una realtà assai diversa fatta di stenti e celate indigenze, fatta di una rassegnata rincorsa a quel benessere che più a un traguardo somigliava a un’utopia.
Ma del resto è così sollevante adagiarsi sull’idea che la povertà nasconda una sua dignità intrinseca: il pensiero della massaia nepalese che lavando i panni al fiume sorride serenamente pensando a quanto è piena la sua vita, e soprattutto a quanto è libera da ogni moderna costrizione materiale, è così affascinante che avevo almeno fino a quel momento finito per crederci anch’io.
Ad ogni modo, tornando alla cena, i due piatti si rivelarono essere riempiti rispettivamente di riso in bianco e da dei piccoli pesciolini, verosimilmente sardine, fritti al punto tale da risultare scuri.
L’esclusiva tipicità vietnamita di quella delizia, a dirla tutta, mi sfuggiva e mi sfugge tuttora.
-Ecco il vero cibo- Sogghignò Hau.
Pensai di ucciderlo nel sonno quella notte stessa.

Da Lat, mercoledì 9 luglio

Era una di quelle notti.
Una di quelle notti che, per quanto ormai rade fossero diventate dopo mesi di adeguamento a quello stile di vita che con un eufemismo definirò spartano, talvolta strisciano fuori dalle molle sbilenche di quel materasso sgangherato dove riposi e ti fanno rimpiangere di non aver speso otto dollari invece che quattro per il tuo giaciglio, che per inciso in quel preciso momento avrei preferito fosse fatto di ghiaia visto che sarebbe risultato sicuramente più confortevole.

Solitamente si può far fronte a un tale disagio avendo giornate talmente piene che rendano necessaria la semplice posizione orizzontale per un buon sonno, ma soltanto solitamente per l’appunto, poiché quella era sicuramente stata una giornata particolarmente piena.
Occupammo la mattinata visitando quelle che io credevo essere soltanto delle semplici cascate e che invece si erano rivelate delle cascate con annesso parco divertimenti, e anche se il fascino selvaggio di quell’imponente massa d’acqua tonante ne uscì totalmente calpestato, rimangono sempre le urla divertite mie e di Hau e i “la puta madre!” di Laina mentre scendevamo a velocità folle su delle montagne russe nel mezzo della giungla.

Il pomeriggio fu invece speso in un complesso buddista appena fuori città, di cui oltre ai taciturni templi e agli sguardi gravi dei monaci presenti, ricorderò il tempo speso su di una panchina con i miei due compagni di ventura, sulle rive di un laghetto.
Laina si arrese al sonno e abbandonò la testa sulla mia spalla, il che fu carino, poi Hau fece lo stesso dall’altro lato, il che fu inquietante.

Quindi cena con una zuppa di noodles chiamata Mumba o Bumba, passeggiata tra le luci di Da Lat ed eccoci di nuovo a me disteso nel letto nella speranza, assai vana, di addormentarmi.

Aprì gli occhi e li roteai verso Hau, che avvolto come suo solito nella coperta se ne ronfava beato. Così beatamente che vista la mia insonnia ebbi in effetti la tentazione di svegliarlo, ma mi trattenni.

Aveva quella sera stessa deciso di proseguire il viaggio insieme almeno fino a Nha Trang, città costiera con il famigerato quanto enigmatico appellativo di “mangia turisti”, e sono alquanto sicuro che in questa sua scelta abbia pesantemente influito che anche una riluttante Laina, tradita da un inatteso sciopero degli autobus, si sarebbe suo malgrado aggregata alla compagine su due ruote.
Volsi lo sguardo verso lei.

Vista la disposizione ad angolo dei letti le nostre teste andavano quasi sfiorandosi, e alcune delle sue ciocche castane si adagiavano sull’angolo spiegazzato del mio cuscino. La coperta corrugata le scopriva il piede fino alla caviglia, quella caviglia alla quale era applicato un improbabile braccialetto turchese che, come non perdevo mai occasione di farle notare, poco si confà all’ormai novella trentenne qual è. Non che lo pensassi sul serio, ma la sua espressione imbronciata di rimando era impagabile. Ad alcuni centimetri di distanza dal suo viso rilassato dal sonno, che era rivolto a me, il palmo della sua mano se ne stava semiaperto quasi come a voler timidamente ricevere qualcosa.
Mi sono ritrovato a fissarla quella mano.

Non che volessi propriamente stringerla alla mia, o per meglio dire non v’era alcun pensiero cosciente che mi muovesse nel farlo come non c’era nessun celato desiderio che aveva finalmente trovato la giusta occasione per realizzarsi, eppure il ghermire quelle affusolate dita mi sembrava in quel momento naturale come può esserlo il sorridere a un bambino.
Notai poi che, chissà da quanto, lei aveva aperto gli occhi sui miei.
Sembra strano a dirsi ma ci guardammo alla maniera degli estranei, con lo stesso sguardo inespressivo che si rivolgerebbe a un film incapace di appassionare eppure allo stesso tempo non così orribile da volerti far cambiare canale. E lo facemmo a lungo, o perlomeno questa è l’impressione che il pigro scorrere dei secondi notturni mi dette.
Quindi lei richiuse gli occhi, e dopo alcuni istanti feci lo stesso anch’io.
Davvero singolare, pensai prima di addormentarmi.

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Matteo Stocchi

Matteo è un Travel blogger e un viaggiatore. Sta attualmente affrontando un viaggio in solitaria, che di solitario ha finora avuto ben poco, e su Viaggiare Low Cost raccontare esperienze che un giorno potrebbero anche essere tue. Contatta Matteo Facebook o per email a email

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