Viaggio in Etiopia – L’arrivo nell’Omo Valley e la tribu Dasanech

Da Arba Minch ad Omorate ci sono solo due aubus a settimana, ho fatto il possibile per arrivare il giorno giusto li.
Alle  4,30 del mattino del giorno successivo al mio arrivo, dopo una giornata di circa 12 ore di viaggio tra minibus e bus, devo essere alla solita caotica e confusionaria stazione per partire e dirigermi nel villaggio più a sud e uno dei più caldi d’Etiopia.

Un autobus “First Level”, che mi sono sempre chiesta cosa abbia di FIRST, ma nel sud dell’Etiopia di Skybus e Salem Bus, quelli comodi, con posti numerati e merendina a bordo non ce ne sono, mi ha portata a destinazione, con qualche ora di ritardo sulla tabella di marcia, ma è inutile sperare in orari certi in Etiopia, bisogna sempre eccedere per difetto.

Mi viene detto il giorno prima di arrivare con largo anticipo, come sempre in Etiopia, ma solo la mattina capisco il perchè, stavolta una motivazione valida c’è.
Troppa gente in attesa in relazione al numero di posti disponibili.

Ed infatti uno dopo l’altro cominciamo a salire, e una volta terminati i posti a sedere c’è chi si stringe nei posti da due per stare in tre, chi tia fuori sgabellini di legno per accomodarsi nel corridoio, chi si siede tra l’autista e l’ingresso del bus su sedili che non sono sedili, chi sui corrimano.
Si tratta di un viaggio di circa 10 ore.

I finestrini chiusi, anche questo come sempre ma gli etiopi hanno un insano terrore dell’aria esterna quando viaggiano  ritenendo che così si ammalano,  e sono continue silenziose lotte con me che comincio a sentire i 30 gradi esterni e quindi, come logica conseguenza apro il finestrino, e loro che lo chiudono.

La donna accanto a me mastica chat, la polizia ci ferma 4 volte, con relative multe, per il sovrappopolamento non accettato e punito regolarmente dalla polizia stradale.
Partiti alle 5 del mattino arriviamo 12 ore dopo, sudati, sporchi, stanchi e io anche con il mal di stomaco.
Mi accoglie Abuda, detto Antonio, etiope ma che da sempre vive tra l’Etiopia ed il Kenya, un ragazzo che sembra provenire da una dimensione differente.

La sua vita ruota attorno a camminate di 60 chilometri che si concludono in una giornata, mucche e bestiame.

La merce di scambio per i matrimonio è questa, e prima di sposarsi la dote, che deve essere pagata dall’uomo alla donna, deve essere saldata.

Arrivo nella terra dei futuri dinosauri, un mondo culturale ed umano che presto scomparirà ma che ancora oggi permette di scoprire tradizioni ed abitudini che per noi, occidentali e standardizzati nel modo di essere, pensare e anche ormai parlare, ovviamente non può che suscitare curiosità e grande stranimento.

Mi trovo tra le tribu dell‘Omo Valley, quelle da tanti turisti definite “zoo umano”, accezione che mi ha fatta avvicinare a questo mondo con molti dubbi e perplessità.
Mi fermo per giorni, non ho una macchina privata, non so quando potrò andar via nè come. Non ci sono autobus e devo sperare in truck o qualche passaggio, così senza avere fretta rimango ad Omorate per giorni, circondata da uomini e dinne tribali che camminano per le viuzze del minuscolo ma vivo villaggio a petto nudo ed adornati da cicatrici simbolo di importanza e valore.
Le loro cicatrici raccontano una storia, sono abbellimenti del corpo che dicono di loro senza proferire parola.

Con il seno nudo e adornate da perline le donne svolgono la dura e quotidiana giornata, a volte anche camminando per ore accompagnate da asini che servono da mezzo di trasporto delle merci comprate al mercato (mais, farina, caffè).
Mi eccita sapere fin dove mi sono spinta e di potermi regalare tanta stranezza e costante stupore.

“Quante mucche ha tuo padre?”
“Quanti animali bisogna pagare per sposare una donna nel tuo Paese?”
Mi chiede questo Abuda facendomi sorridere perchè mi rendo conto che stiamo parlando di due mondi differenti e, forse, due lingue diverse.

È difficile fargli comprendere che da noi le cose non sono valutate in termini di mucche e di bestiame.
Ma anche che, nella mia cultura, non è normale avere più mogli o che io, come donna, possa credere, tantomeno accettare, di essere una delle possibili 10 che le tradizioni danasech (tribù di nomadi di Omorate e area fino al confine con il Kenya) invece permette.

Il mio passaporto cartaceo per lui diventa un dente estirpato all’età di 12 anni, comune a tutti i membri di questa tribù.
La libera scelta di amare e condividere la propria vita con qualcuno per me, diventa un passo normale che non necessariamente coinvolge amore, condivisione o compatibilità tra le due persone ma un rapporto tra un uomo e una donna che devono lavorare, fare figli dove non convergono altri aspetti che vanno oltre la praticità della tradizione che vuole che sia così.
Neanche si discute la cosa. La donna non è gelosa. Lui può sposarne quante ne vuole, se ha gli animali sufficienti.

Le mucche e le pecore come valore unico ed importante mezzo di scambio sociale che permette di sposarsi o meno, come la loro intoccabilità: non si vendono nè di uccidono per mangiarli, sono un patrimonio per le generazioni future proprio come per noi potrebbe esserlo una casa.

Omorate. Dove di giorno fa troppo caldo e la notte si sveglia in un turbinio di musica, bars ed anche night clubs.
Qui le giovani guide passano le giornate sotto le fronde del grande albero in attesa dei turisti, ed io con loro, e sotto un sole cocente e senza ombra, ogni giorno, si attrezza il mercato che accoglie snelli ed alti etiopi che osservo seduta presso la bancarella del mais ospitata da una coppia di commercianti.
Nessuno bada a me e alla mia macchina fotografica. In quel momento sono un elemento superfluo ed esterno che coperta da vestiti occidentali lascia fluire questo modo nella più totale assuefazione.

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Giulia Raciti

Esperta di Africa e Latino America sono in viaggio perenne dal 2011. Ho fatto un giro del mondo in solitaria durato 3 anni. Mi occupo di realizzazione viaggi personalizzati e su misura in Africa e Sud America

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