Viaggio in Colombia – Mocoa, gli sciamani, lo yagè ed il trekking

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  • Post last modified:Giugno 21, 2019
Viaggio in Colombia – Mocoa, gli sciamani, lo yagè ed il trekking
La Candelaria, Bogota - Foto by Pedro Szekely (https://www.flickr.com/photos/pedrosz/8135515519)

Nel 2012 sono stata a Bogotá, erano passati ben 20 anni dall’ultima volta.

Mia nonna è molto anziana e non stava bene, così mi sono decisa e ad aprile, con mia madre, abbiamo fatto un viaggio lampo. La famiglia laggiù ci diceva che avevamo scelto il periodo peggiore, quello della pioggia.

In realtà, per quanto riguarda me, ho sempre trovato il clima della capitale ottimo, solo un po’ capriccioso, lunatico, cosa che io adoro. In quei giorni ogni tanto pioveva, ma poi rispuntava un sole quasi violento, da montagna, visto che ci si trova a 2600 metri di altitudine.

Le notti in certi periodi dell’anno sono molto fredde e avere con se’ un poncho (in colombiano ruana) è l’ideale. Ci si abitua, si mangia sopa e fagioli e si cammina tanto su e giù. Ma la Colombia percepita stando in famiglia, alle porte di Bogotá e guardando novelas nei pomeriggi non era certo quella che avrei ritrovato due anni più tardi.
Arriviamo al 2014, fine Luglio. Decido di prendere un volo di andata e ritorno e di passare un mese in Colombia.

Con me porto qualche indirizzo email, un paio di numeri di telefono per sicurezza (lo zio, l’amico etc.). Sul volo incontro degli italiani un po’ “frikkettoni” che si recano in Putumayo, dicono “Amazzonia”, forse per rendere la cosa più avventurosa.
Difatti per i colombiani quella non è ancora Amazzonia (che è un’altra regione, capoluogo Leticia). Mi dicono che hanno dei contatti con sciamani e curanderos della zona e saranno lì ospitati.

Premetto che il mio periodo “figlia dei fiori” è passato da tempo, ma le culture primitive sono una mia grande passione. Quindi decido di seguirli e mi ritrovo in una zona per me assolutamente sconosciuta del mondo e della Colombia: nessun racconto, nessun preconcetto. Non ho con me nessun tipo di guida ed evito accuratamente di consultare continuamente il web per avere informazioni turistiche, voglio solo esperienze sulla pelle ed informazioni casuali da viaggiatori o locali.

Arrivati a un El Dorado, l’areoporto di Bogotà, completamente rinnovato e scintillante, sono già estremamente emozionata ma penso sia un fatto altamente soggettivo. Il resto della ciurma fa’ commenti vari su Bogotá, chi c’è già stato dice che non è niente di speciale e incontriamo alcuni che sono lì già da un paio di giorni.

Per me Bogotá è la città più speciale del mondo e devo dire che sono contenta che non piaccia così tanto agli stranieri, mi dà l’idea che sia in qualche modo una bellezza nascosta e dunque protetta. Io mi sento un po’ strana, un po’ a casa, sì, ma non ho per nulla il senso d’orientamento. Ci sono nata e ci ho vissuto, ho mille ricordi, feste di Natale e Capodanno, ma è tutto sepolto da anni e anni in Europa. Faccio come se fossi un’italiana che ci va per la prima volta e mi aggrego al gruppo. Per i primi giorni non voglio pensare troppo a dove dormire, guardarmi alle spalle e trovare trasporti: mi faccio guidare.

Bogota
Bogota – Foto by wikipedia.org

Prendiamo l’autobus dal Terminal per Mocoa nel dipartimento del Putumayo.
Mia prima relazione con gli autobus: sono dei freezer, letteralmente, che obbligano a portare con sé coperta e cappellino di lana.
E’ l’unico motivo per cui il mio sacco-a-pelo è servito a qualcosa. Successivamente avrei scoperto che in tutti gli autobus in giro per il Paese è così: o freddo estremo oppure niente aria condizionata. Non tentate di chiedere di abbassarla al conducente, non accadrà.
Viaggiamo durante la notte e appena fa’ luce ci troviamo circondati da una giungla tropicale davvero selvaggia, violenta, meravigliosa ed inquietante al tempo stesso. Questa visione mi dà l’idea che dopotutto ho fatto bene ad unirmi a questi ignoti e fare qualcosa che altrimenti non avrei mai fatto.
Arrivati a Mocoa non mi sento più neanche in “Colombia”.

 

Mocoa
Mocoa

La gente del posto guarda a noi con curiosità e dagli sguardi percepisco che non è certo un posto molto battuto dal turismo. La città è minuscola e molto chiassosa, si fa’ fatica a pensare per il rumore dei motori. Vicino alla piazza centrale con chiesa c’è un locale dove fanno delle enormi jarras di jugo con frutti tropicali, acqua o latte che coniugano i miei e i gusti degli italiani.

In città ci si attrezza di stivali da pioggia (da lasciare in seguito in loco) e per chi non ce l’ha: una mantella impermeabile, pila e repellente.

Conversando con i ragazzi mi rendo pian piano conto che alcuni di loro si conoscono già da molto e frequentano ambienti “olistici”, ora molto in voga in Italia, praticano reiki e terapie varie. Avendo praticato a lungo yoga e danzaterapia in qualche modo vengo accettata nel gruppo; comunque, dopo l’esperienza in Colombia, ho modificato radicalmente la mia posizione su questi argomenti.

Ora vi spiego come ho ricevuto il primo shock.

Il turismo esoterico e lo yagè

Ritengo che in Colombia sia un rito dovuto, anche se è solo una mia idea, ma deve succedere qualcosa prima o poi che vi colpisca sul serio e se superate quel momento, siete entrati in contatto con questo paese.

I turisti “esoterici” mi hanno chiesto dei soldi, da dare a chi ci avrebbe ospitato e alla “team leader” del gruppo, oltre che  utili a coprire spese di vitto, alloggio e trasporti. Non sapendo a cosa sarei andata incontro, gli ho dato qualcosa ma non tutto quello che chiedevano (senza spiegare bene a cosa servisse), per fortuna.

Siamo stati ospitati in una meravigliosa “maloka” in mezzo ad una parte di selva, piena di piante, frutti. C’era anche la pianta della coca, ne abbiamo masticato le foglie. Un ottimo posto dove riconnettersi con la natura che davvero si sente in modo fortissimo.

Una maloka è una casetta senza porte né finestre fatta per lo più di legno e paglia, dove abbiamo dormito e dove è stata svolta la prima cerimonia sciamanica a cui io abbia mai assistito. La verità è che io non ho solo assistito, ma ho deciso propriamente di farmi coinvolgere.
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Sebbene sia molto informata su questo genere di rituali, tuttavia, assumendo la loro medicina, lo yagè, tutto quello che sapevo non ha avuto più senso. E’ stata un’esperienza completamente inattesa. Non  la consiglio a tutti, anzi a dire il vero dico il contrario: è molto forte e spiazzante, ma ero li e…l’ho fatta.

Se la mia esperienza ha avuto esito positivo è solo un fatto secondario, fortuoso e personale.

Per non finire nelle mani di inesperti conviene prendere contatto con istituzioni indigene riconosciute come la Organización Nacional Indígena (Onic) o la Unión de Médicos Yageceros de la Amazonia Colombiana (Umiyac) (http://umiyac.blogspot.it/), con sede a Mocoa (Putumayo) o in alternativa al nostro operatore locale che conosce bene chi fa’ sul serio e chi no!

La maloka appartiene ad una gremita famiglia locale, molto ospitale. Lui esegue le varie “cure”, è cantautore e suona la chitarra col figlio che ha il dono di una bella voce, lei è senz’altro un’ottima cuoca che nel caso dispensa anche consigli di salute (molto ovvi a dire il vero). In ogni caso lui non è un vero taita, ma “autodidatta”!

Arrivi lì e fai un po’ quello che vuoi, rispettando le loro regole (altrimenti si arrabbiano tantissimo!!). Portare doni da casa è ben gradito (vestiti, scarpe, qualunque cosa). Non tutti prendono lo yagè, ma a volte si vedono bambini e anche donne incinta del posto assumerlo in piena consapevolezza.

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Alcuni si recano in loco dai paesi vicini per curare qualsiasi cosa, dai dolori reumatici alle crisi matrimoniali.
Il gruppo ogni giorno o quasi partecipava ai riti(a questo in realtà serviva gran parte del denaro), io invece mi sono subito astenuta dal continuare ad assumere questa sostanza nera amara, estratta da un particolare legno che veniva utilizzata dagli indios del luogo come toccasana e un mezzo per parlare con gli antenati, essendo io un’occidentale cresciuta in paesi cattolici e con tutta un’altra educazione, mi è sembrato quasi un sacrilegio.

Nelle mie vene scorre anche qualche goccia di sangue indigeno ma/e provo una sorta di timore, reverenza e rispetto per le credenze pagane
Altri commenti li lascio a chi mi legge, in ogni caso segnalo che il via vai di europei in Putumayo è sempre più intenso e chi vi dice che va a Mocoa ha di solito un unico intento: provare lo yagè. Anche i colombiani lo sanno molto bene. E’ una faccenda del tutto personale.

In ogni caso si può andare per molte altre ragioni.
Io ve ne dico una: Il trekking a La Fin del Mundo.

Trekking a La Fin del Mundo

Un percorso di trekking di media difficoltà nella giungla. Io non ero mai stata in un posto così selvaggio, fatto di strapiombi e cascate. Bisogna andare con una guida che conosce il percorso e vi dà una mano nei punti più ardui, ma ne vale assolutamente la pena.
Meravigliose passeggiate tra foreste tropicali in cui il contatto intimo con la natura accade a prescindere da bevande semi fangose o meno.

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La passeggiata dura circa 1 ora e 30 minuti e non è stato così faticoso come ci era stato raccontato, in particolare quando ci si comincia a circondare di laghi e cascate che costellano questo luogo magico e selvaggio, per concludere con un bagno nella laguna.

Che si vada per gli sciamani o per il trekking la zona di Putumayo è ricca di attività eco-turistiche che raccontano e fanno vivere una Colombia differente e sicuramente fuori dai soliti circuiti turistici in un a realtà, attuale, fatta di tradizioni indigene orali e musiche dell’anima.

Per ognuno c’è una Colombia, ma tutti concordano nel pensare che quaggiù tutto può accadere.

Più tardi ho avuto conversazioni con colombiani su questa zona e per loro ha una reputazione negativa: sono proprio le zone di confine con l’Equador quelle dove ancora si annida la guerriglia.

Ecco una delle illusioni di questo Paese: dove ho sentito maggior senso di “sicurezza” è stata proprio Mocoa, dove ciò che mi incuteva più timore era la natura!
La questione è chi sei e cosa ci fai lì, chi si insedia e comincia a lavorare può ricevere minacce, ma il turista guidato può stare tranquillo.

 

10 giorni dopo…

Dopo 10 giorni in questa strana dimensione e anche un po’ rimbambita dall’odore del legno bruciato e di altri aromi penetranti utilizzati nei riti, la strana combriccola si è voluta dirigere verso i Caraibi, insomma dal sacro al profano.

 

Se nella maloka fumare era considerato un atto indegno (in tutta Colombia non è ben visto in generale, ma basta farlo con discrezione se si è fumatori) e l’alcool era bandito, appena atterrati a Cartagena tutti a fumare e bere cocktails.

 

Cartagena mi ha abbagliata, incantata, e in qualche modo ingannata. Credo sia la sua specialità. Un po’ come alcune “brujas” colombiane che esibiscono in maniera esuberante la loro bellezza e la loro femminilità, ma hanno gli artigli ben affilati.

 

Di tutto ciò parlerò in seguito, perché con l’arrivo a Cartagena de Indias e l’abbandono del clima in qualche modo familiare e bucolico (e umido!) di Mocoa termina la prima parte di questo viaggio nel viaggio.

 

Il curandero mi diceva che basta lanciare un seme nella terra colombiana e sempre nasce qualcosa: è una frase che mi piace e vi regalo.

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Paola

Italo-colombiana, in questo Paese ha passato l'ultimo periodo della sua vita alla ricerca delle sue radici. Una viaggiatrice instancabile che dal Sud America vola in Asia alla velocità della luce ma poi sempre in Colombia torna.

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