Il Mal d’Africa e sul perchè sto per tornare

Il Mal d’Africa  e sul perchè sto per tornare

Tornata dall’Etiopia mi sono chiesta perchè si parli di Mal d’Africa.
In questo Paese meraviglioso che ha aperto le porte all’Africa Sub Sahariana per i due mesi in cui l’ho viaggiato ero troppo impegnata per chiedermi cosa fosse questo male.
Non avevo tempo e avevo troppi pensieri pratici dai quali non potevo distrarmi per pensare al senso del viaggio in Africa nel mentre che tutto attorno a me stava investendomi in prima persona stravolgendo del tutto, ma allora non lo sapevo, la modalità con cui fino ad allora avevo viaggiato in buona parte del mondo.

Ero impegnata a cercare truck per tornare in città, capire come e quando prendere un autobus che non si sa se passa, occupata a prendermi cura di me stessa in situazioni che all’inizio mi hanno traumatizzata al punto tale da aver creduto che il “mal d’Africa” (che non chiamavo così) fosse niente poco di meno che una sensazione di impotenza che mi schiacciava in una impresa troppo più grande di me e che non ero sicura di riuscire a portare a termine.

Il Mal d’Africa mi è stato diagnosticato qualche mese fa quando, con gli occhi lucidi e persi nei ricordi, durante una cena raccontavo dell’Etiopia lasciando i commensali ascoltarmi in silenzio per 1 ora. Dicevo del bello, del brutto, del difficile, del doloroso, della forza e dell’avventura (che per inciso in Africa è assicurata).
Ed è stato quel giorno che ha iniziato a delinearsi cosa un viaggio in Africa, e conseguente “mal”, potesse aver significato per me.

Torniamo indietro nel tempo, Novembre 2014.
Un pomeriggio dopo aver finito il turno in clinica di Geche dove lavoravo come insegnante di inglese, in compagnia degli altri volontari bevendo una birra nel silenzio più totale, là nel bel mezzo del niente, il sole stava calando e uno dei dottori dice “vedi, questo è un tramonto africano”.
Non volevo suonare strana così non ho proferito parola, ma la verità è che quel tramonto a me non diceva proprio un bel niente.

I tramonti africani che avevo visto nei libri e nelle cartoline raccontavano di savane piatte, tramonti rossi e giraffe, possibilmente, all’orizzonte.
Magari il monte Kilimangiaro come sfondo.
Li non c’era nulla di tutto questo. Così ho pensato che il Mal D’Africa non fosse altro che una malattia che non esiste ma fosse un modo di dire che vuole che chiunque vada in questo continente a un certo punto dica di soffrirne.
Ero molto perplessa, soprattutto se “Africa” la si voleva correlare proprio a quel tramonto che non aveva nulla di speciale.

Passano due mesi da quella conversazione, il viaggio in Etiopia volge al termine. Torno in Italia. Stanca al punto da aver avuto bisogno di alcuni mesi per riprendermi.

Riprendo tra le mani un diario in cui, per 60 giorni, ho annotato quello che mi accadeva in terra etiope, con regolarità parlo con i miei amici dalle tribù che ancora oggi mi scrivono messaggi su facebook, a volte solo per dirmi che manco a tutta la comunità, e rielaboro quanto accaduto.

I miei racconti cominciano da quelle pagine in cui dopo tanto tempo ho ripreso a scrivere perchè spesse volte senza elettricità.
E il “mal” d’Africa ha cominciato a farsi sentire in maniera molto subdola. Sicuramente inaspettata, visto quanto avessi odiato nelle prime settimane quel mondo troppo nuovo per me che non riuscivo a digerire (In questa lettera a Lucia racconto le prime due settimane in Etiopia).

Il mal d’Africa accade, è una rivoluzione personale che ognuno vive alla propria maniera ed in maniera differente, pur connotandolo con uno stesso nome.
Per alcuni è la nostalgia romantica degli spazi, dei vuoti e dei silenzi. Per altri è l’assenza di comodità e l’obbligo al primordiale, scomodo e genuino.
Per altri ancora i tramonti e gli animali oppure la povertà diffusa di fronte alla quale ci si sente in obbligo e dovere di aiutare e fare qualcosa.

Per me, dopo vari ripensamenti, è la totale nudità di fronte al diverso che forse più diverso non si può. Alla sensazione ed accettazione dell’essere messi di fronte ad un cambio di prospettive che non può lasciare indifferente.
Va ben oltre i tramonti e gli animali, che al momento non ho neanche visto. Ma si riversa nelle strade, negli autobus affollati e nei mercati in cui le giornate scorrono sempre le une uguali dalle altre.
Il Mal d’Africa è l’avventura che si vive nel viaggiare queste terre di cui si sa poco e che si temono, salvo poi riuscire a trovare la propria dimensione e scoprire giorno dopo giorno un mondo nuovo pur continuando a non poter pianificare, perchè di quello che accadrà domani nessuno può dare certezze.

Il Mal d’Africa forse è quel desiderio da pioniere che anela che e vuole far superare il limite, che getta nella realtà più terrena tra tutte la cui risalita può e deve arrivare da chi ci sta accanto, perchè di movimenti turistici indipendenti, in particolar modo, non ce ne sono ancora, un viaggio nell’ignoto e quindi nello spaventoso…un grande punto di domanda.

Io a Turkana Lake
Il Mal d’Africa per quello che significa per me

Mal d’Africa è trovarsi a dire durante una cena: o Africa o niente. Senza sapere davvero perchè lo stai dicendo ma avendo ben chiare le persone che hanno costellato l’esperienza di viaggio che non è direttamente correlata alle cose viste e fatte, quanto invece al percorso, e la compagnia, che mi ha portata fin li.

Mal d’Africa è pensare di volare in Asia e poi comprare un biglietto per Dar Es Salaam.

Perchè in principio erano le Filippine.
Ma quel dolce e misterioso “male” ha vinto su tutti senza lasciarmi davvero pensare troppo a lungo. Ed è per questo che sto tornando.

Come dice la mia amica Lucia, o Africa, o niente.

Giulia Raciti

Esperta di Africa e Latino America sono in viaggio perenne dal 2011. Ho fatto un giro del mondo in solitaria durato 3 anni. Mi occupo di realizzazione viaggi personalizzati e su misura in Africa e Sud America

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