Le donne giraffa di Chiang Rai. Perché ho boicottato

Le donne giraffa di Chiang Rai. Perché ho boicottato
Donna Giraffa in Thailandia

tribù donne giraffa thailandia Ammetto che ero venuta a Chiang Rai per potere vedere le famose “donne giraffa”, ho fatto sali e scendi dalla Thailandia per un totale di 30 ore di viaggio quasi ed esclusivamente per poter partecipare a questa escursione.
A Chiang Rai oltre infatti al trekking, gli elefanti e il rafting, uno dei tour più quotati è quello alle tribù Karen al confine con la Birmania.
Tribù scappate dal regime birmano in cerca di asilo politico nella speranza di trovare libertà.
Stamattina prima di prenotare il tour, visto che pare che l’unico modo sia di andare con un tour organizzato, per arrivare a questo incontro a che aspettavo da qualche settimana e che era uno degli “highlights” del mio viaggio in Thailandia, mi sono informata un pò sulla storia di queste tribù, la loro cultura e le loro tradizioni. cosa che in genere faccio prima di andare in qualche posto o di fare un tour “culturale”.

Purtroppo quello che ho scoperto è stato tutt’altro che piacevole.
Tutti gli articoli che ho letto, in particolare una intervista fatta a Zemen, una ex-donna giraffa, e riportata nell’articolo Burma’s long-neck women struggle to break out of Thailand’s ‘human zoo‘” , mi hanno fatto passare la voglia di andare e di spendere i miei soldi sostenendo una politica contro i valori e il rispetto umano.
Ho così che ho deciso di rimanere in città un giorno in più, affittare un motorino, andare al tempio bianco e godermi la tranquillità della cittadina.

Ma prima di scrivere del perché non voglio andare sarebbe bene capire chi sono queste donne, quale è la tradizione e perché sono entrate a fare parte di uno “zoo umano”.
La tribù a cui appartengono le donne giraffa è conosciuta come Karen che fa in realtà parte di un sottogruppo chiamato Padaung.
Queste tribù di origine birmana si sono rifugiate in Thailandia a causa del regime militare nel Paese in cerca di un proprio territorio, di asilo politico e di aiuto. Purtroppo gli esiti non sono stati così fortunati come speravano.
Il nome “donna giraffa” è dovuto al fatto che attorno al collo indossano degli anelli di ottone che si cominciano a mettere all’età di 5 anni. Ad ogni anno compiuto se ne aggiunge uno, sino mi pare a 20, 5 chili di peso in totale. Il risultato è l’illusione di un collo lungo proprio come quello della giraffa.
Dico illusione perché a tal riguardo c’è da sfatare il falso mito secondo cui con questi anelli si allunghi il collo, la realtà è che questa non è altro che una sorta di illusione ottica, l’allungamento del collo infatti porterebbe alla paralisi o addirittura alla morte.
Quello che succede è che la pressione degli anelli spinge giù la clavicola e le costole superiori così che dopo anni sembra che la clavicola stessa faccia parte del collo e pare che questo sia allungato.

tribù donne giraffa
Donna Giraffa in Thailandia

Le ragioni per cui la tribù Padaung pratica ciò sono diverse o meglio, ci sono tante spiegazioni ma nessuna davvero è stata mai confermata.
La loro mitologia dice che lo si fa per evitare che le tigri le aggrediscano (non chiedetemi il perché!).
Altri dicono che sia fatto per rendere le donne meno attraenti così che non possano essere catturate da eventuali procacciatori di schiavi.
La spiegazione più plausibile e credibile è invece proprio l’opposto di quest’ultima, un collo lungo è considerato simbolo di bellezza e prosperità. Un collo lungo attrae gli uomini e così il futuro marito.

Di fatto questa tradizione sarebbe estremamente interessante, mi sarebbe piaciuto avere modo di vederle vivere in un villaggio svolgendo una vita normale, dove io da esterna magari non dovevo interferire ma potevo solo osservare.
Purtroppo dopo avere letto le interviste fatte a Zember che è stata costretta a togliere gli anelli mi è passata la voglia e la curiosità.
Nell’intervista citata su, Zember racconta che li avrebbe voluti tenere per portare avanti la tradizione, ma toglierli era l’unico modo per potere andare in Nuova Zelanda, paese che le aveva dato asilo politico, come lo aveva dato a molte altre donne della tribù. Senza anelli non sarebbe più stata un’attrazione turistica quindi per il Governo Thailandese poteva andare via.

Inutile dire il disappunto nel leggere tutto ciò, ma se questi villaggi fossero caratteristici per una questione culturale e tradizionale sarei stata la prima a volere prendere parte a un tour del genere. Il problema è che queste tribù sono sfuggite dala Birmania in Thailandia sperando di trovare un po’ di pace e qui invece sono diventati delle attrazioni turistiche sulle quali un Governo specula.

La tribù Padaung è immigrata in Thailandia non più di 10 anni fa e velocemente gli abitanti sono diventati l’attrazione turistica più redditizia nel nord nel Paese.
Sembra infatti che la Thailandia non li lasci liberi di lavorare e di farsi una propria vita, sono letteralmente tenuti come animali in uno zoo, vendono i loro souvenirs ai turisti che tutti i giorni accorrono con le loro macchine fotografiche e li guardano come fenomeni da baraccone e devono sorridere a chiunque facendosi riprendere e fotografare come scimmie in una gabbia.
La maggior parte di queste donne viene relegata in una stanza a tessere tutto il giorno e vendere questo artigianato che il turista inconsapevole non sa essere una via di guadagno per il governo piuttosto che per la sorridente donna.
Una vita da clichè che non rappresenta quella che è la realtà.

Per i turisti è un’avventura salire su una gip e attraversare la foresta infestata dai serpenti per vedere queste donne con il lungo collo ma per gli abitati la realtà è un’altra.
Hanno dovuto soffrire gli orrori del regine birmano e rifugiandosi in Thailandia hanno creduto d potere trovare una terra in cui potere vivere serenamente, qui invece sono stati trasformati in oggetti turistici, sono letteralmente forzati a vivere relegati nel villaggio e a portare avanti questa scenetta facendo finta che tutto quello sia normale.
Zember come altri rifugiati ha avuto offerta la possibilità di andare a vivere in Nuova Zelanda e Finlandia ma le autorità thailandesi non li lasciano andare non fornendo un visto di uscita.
Purtroppo senza visto di uscita nessuno può lasciare il Paese.
L’unico modo che Zember aveva per potere andare via era togliere gli anelli dal collo. E così ha fatto. Rimangono però altre donne e ragazzine in questi villaggi dove ogni giorno turisti di tutto il mondo armati di macchina fotografica scattano foto di cui vanno fieri, senza sapere che purtroppo tutti quei click non sono altro che un incentivo a una politica contro i diritti umani.

Per leggere l’intera intervista (in inglese) potete fare riferimento a questo articolo: Please Set me Free.
Non ho trovato un solo articolo che spingesse a visitare queste tribù, così dopo avere fatto le mie personali considerazioni ho deciso di non prendere parte a un tour del genere.
Mi sono rifiutata di stare con le tigri perché credo che per renderle mansuete le droghino non potevo di certo accettare che anche gli essere umani siano utilizzati a uso e consumo di turisti in cerca dell’esotico e che non pensano ai dolori e le sofferenze di questa popolazione di rifugiati senza diritti se non quello di vendere oggetti e non avere la libertà di potersi integrare nella società.
Se mai avrò la possibilità di visitare una tribù del genere nel suo “stato naturale” sarò felice di poterlo fare, ma farlo qui adesso temo che più che emozionarmi possa mettermi tristezza e rabbia.
Al momento preferisco tornare a gironzolare per i templi buddhisti dove almeno il rispetto per gli uomini è un sacramento valido ed attuale.

 

Giulia Raciti

Esperta di Africa e Latino America sono in viaggio perenne dal 2011. Ho fatto un giro del mondo in solitaria durato 3 anni. Mi occupo di realizzazione viaggi personalizzati e su misura in Africa e Sud America

Questo articolo ha 13 commenti.

  1. Barbara

    Ciao a tutti, ritorno adesso proprio da quel tour e siccome tante cose che ci sono state raccontate non mi quadravano ho cercato info in rete e purtroppo quello che ho scoperto è peggio di quanto mi aspettassi. L’espressione sul viso quelle donne e delle loro bambine mi ha trasmesso una grande tristezza….mi sono pentita di esserci andata ma soprattutto di aver portato i miei figli. Grazie

  2. Cecilia

    Grazie mille, sono attualmente in Myanmar ed anche io nn ho voluto fare quel tour, poiché la penso esattamente come lei è la ringrazio per il suo articolo.

  3. paolo

    No so come sono le donne del villaggio karen e in che contesto vivono, ma io visto le donne padaung in birmania e mi hanno dato l’impressione che vivono in un mondo tutto loro, ma se non ci sono i turisti che li fotografano e comprano artigianato, come vivono?
    Non penso che solo con l agricoltura possano sfamare tutti i figli, noi siamo entrati in casa loro
    portando riso e banane e ci hanno accolti con semplicita’.
    Penso che andro’ a visitare il villaggio Karen in Thailandia per vedere la differenza se rimarro’ deluso saro qui a parlarne con Tutti Voi
    Ma per crescere bisogna conoscere
    Grazie
    .

  4. Claudio Claudio

    le tigri nn sn drogate, nascono e vivono tutto il tempo con gli uomini e mangiano come maiali tutto il giorno…se provi a farle giocare scattano come gattoni sennò dormono stravaccate tutto il giorno. I ragazzi che lavorano con loro le trattano benissimo tranne un panzone odiosissimo che spero si prenda una zampata in faccia al più presto!

  5. Simone

    Bellissimo questo articolo. Bravissima Giulia, bisogna viaggiare con intelligenza!

    1. Viaggiare Low Cost

      Grazie Simone,
      la questione è che spesse volte queste cose non si sanno, nessuno ti dirà queste cose ma sta a noi informarci.
      Grazie per il tuo commmento
      un saluto
      Giulia

  6. Michelle

    Forse sarà interessato a leggere il volume reportage di Martino Nicoletti, “Lo zoo delle donne giraffa: un viaggio tra i Kayan nel nord della tailandia”; Roma, Exòrma, 2011.

    1. viaggiarelowcost

      Molto interessante, al momento credo che da qui sia molto difficile reperire questo libro ma sarà un acquisto che farò tornata in Europa.
      Grazie per il suggerimento!

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