RISORSE

Cose di Cosa Nostra – Vent’anni dall’uccisione di Giovanni Falcone

Maggio 22, 2012
Modificato il Maggio 23, 2014
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“Soltanto affrontando la mafia per quello che è, un’associazione criminale seria e perfettamente organizzata, saremo in grado di combatterla.” (Giovanni Falcone)

Cose di Cosa Nostra può essere considerato un libro di viaggio?
Forse si. Tradizioni secolari e culturali che si mischiano a una descrizione attenta e limpida di una società e di uno Stato, il nostro, che non esiste, più credo che possa essere un’ottima introduzione a una regione controversa quale la Sicilia.

In occasione poi dei venti anni dall’uccisione del magistrato Falcone, con moglie e scorte, credo che sia un libro da riscoprire, non solo per non dimenticare ma anche perchè estremamente attuale ed esplicativo di una terra e della sua gente.
Un trattato attento di una storia di ogni siciliano e spiega qualcosa in più ac hi siciliano non è, che spiega bene la psicologia di questo popolo e la sua cultura che hanno reso possibile la nascita di un’organizzazione piramidale complessa in cui lealtà ed onore sono le fondamenta.
In Sicilia non siamo tutti mafiosi, ovviamente, ma nel codice di comunicazione, nel linguaggio, nelle regole e nei simboli di Cosa Nostra ci sono elementi che solo la cultura della Trinacria insegna.
Solo se si vive e si cresce in Sicilia, solo se si respira quell’aria fatta di onore e  orgoglio, rispetto e famiglia, regali, debiti e favori, forza e sangue freddo, si può entrare a fare parte dell’organizzazione che ha sfidato lo Stato in più occasioni.
In occasione dei 20 anni dalla morte di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino mi sento quindi di volere parlare di uno dei libri che, proprio quando non vivevo più in Sicilia, più mi ha ricordato cosa significa essere siciliana, cosa mi rende tale e perché ne voglia andare orgogliosa.
75 pagine in cui traspare amore per il Paese e fiducia nelle istituzioni di un uomo che prima di essere un magistrato antimafia era un siciliano.

falcone e borsellino
Giovanni Falcone e Paolo Borsellino

Avevo 12 anni quando Giovanni Falcone in compagnia della moglie e con gli agenti di scorta vennero fatti saltare in aria con il tritolo.
A quei tempo non sapevo cosa fosse il tritolo, cosa fosse la mafia, tantomeno chi fosse Falcone.
Due mesi dopo venne ucciso Paolo Borsellino.

Ero a Londra in vacanza studio, io con un gruppo di palermitani. Tornata da una visita alla città trovai i palermitani piangere, gridando e singhiozzando mi ripetevano “hanno ucciso Borsellino…hanno ucciso anche lui”.
A 12 anni e lontana da casa ho scoperto cosa fosse la mafia e quanto violenta e brutale fosse. Dopo qualche anno da quell’evento mia madre mi regalò un libro, attività consueta a casa mia, questa volta non era di fantasia né l’Italo Calvino (che all’epoca ancora non capito e non apprezzavo) di turno.

Il titolo era quasi divertente “Cose di Cosa Nostra” un’intervista a Giovanni Falcone.

La copertina del libro era poco allettante per una ragazzina della mia età, lo misi in libreria dove rimase per qualche anno.
Lo riscopro a 18 anni, in un momento molto particolare della mia vita, un periodo di distacco forte tra me e la mia terra.
Leggendo il libro nella mia casa romana scopro qualcosa in più su quella Sicilia che tanto disprezzavo. Per la prima volta mi sento orgogliosa di venire da un luogo con tali tradizioni radicate e forti, mi identifico in Falcone, nel mafioso, nel pentito, nelle mogli di questi, personaggi ovviamente diversi tra loro ma con un minimo comun denomintatore: la sicilianità, che poi è stata la chiave di comprensione che portò il “nemico numero 1 della mafia” a delineare quello che fu chiamato “il metodo Falcone”.

Cessa l’idea della mafia intesa come sparatorie in vicoli di paese, e fatta di piccole azioni scollegate e di piccoli interessi.
Scopro la complessità di una tela tessuta meticolosamente, in cui l’onore, l’orgoglio e il senso di appartenenza hanno un valore imprescindibile e che come lo stesso Falcone racconta sono sentimenti che solo un siciliano ha radicati nel profondo.

Lo studio e l’analisi limpida del lavoro portato avanti con il pentito Buscetta aiuta ed introduce all’ interpretazione dei segni e dei simboli di una cultura in cui il silenzio è proverbiale, in cui si dice e non si dice, in cui il rispetto è essenziale, si risponde solo a domanda precisa senza dire di più o di meno, in cui i titoli, dottore, don o un semplice e miserabile signore, hanno un valore ben preciso.
Per questo solo un siciliano può essere un mafioso ed è difficile per gli esterni entrare in questo modo fatto di promesse di sangue e di omertà.

Cose di Cosa Nostra è un saggio descrittivo ed attuale di storia, tradizioni e soprattutto umanità. Il mafioso non è descritto come un rozzo, barbaro e ignorante uomo senza scrupoli, da queste interviste riesce ad emergere una figura molto più complessa ed articolata.
Si delineano dei profili di cui lui, palermitano, ha compreso i codici imparando ad usarli a suo favore in questa lotta in cui credeva fermamente anche quando si è sentito abbandonato da quell’unica istituzione  (lo Stato) che, sebbene imperfetta, doveva essere rispettata.

2o anni dopo la strage di Capaci

Sono passati 20 anni da quel 23 maggio in cui di ritorno dall’aeroporto le macchine con Falcone, moglie e scorte vennero fatte saltare con il tritolo.
Durante gli anni a Londra e questo periodo di viaggio quando mi si chiede di dove sia rispondo con ogoglio “siciliana”. So per certo che subito scatta la classica domanda di clichè sulla mafia, che con la pizza e la pasta sembra descrivere al meglio il nostro Paese all’estero .

Si aspettano storie di lupara e coppole, teste di cavallo minatorie, di banditi per le strade e sparatorie alla far west.
Le mie storie sono meno pittoresche, immagino deludenti per loro, di quelle che i miei amici stranieri si aspettano.
Ripenso e ripeto quello che il nostro giudice, il mio giudice, descriveva con parole lucide e profetiche quando parlava uno Stato che non c’è mai stato e che paradossalmente è alle fondamenta del bisogno di ordine che ha generato questa organizzazione così complessa, logica e razionale che ha colmato gli spazi lasciati vuoti ed incustoditi da chi dovrebbe avere come interesse primo la nostra tutela.

Non più storie di cannoli e pallottole, ma di uno Stato che non è più Stato e di un popolo in balia di un sistema corrotto, che sembra essere invincibile e di un Paese che continua a ripetere gli stessi errori.
Il libro Cose di Cosa Nostra è un must non solo per i siciliani m a per tutti gli italiani che vogliono capire di più di una terra di cui la passione e il sangue sono stati raccontati in diversi modi e sotto diversi aspetti.
Un libro attuale incentrato sulla relazione Stato/mafia, che già 20 anni fa raccontava del nostro attuale presente.

In occasione di questo ventennio ho riletto Cose di Cosa Nostra dopo circa 15 anni.

“Oltre ad avermi insegnato una lingua e una chiave di Interpretazione, Buscetta mi ha postodi fronte a un problema decisivo. Mi ha fatto comprendere che lo Stato non è ancora all’altezza perfronteggiare un fenomeno di tale ampiezza. Con grande franchezza mi ha detto: «Le dirò quantobasta perché lei possa ottenere alcuni risultati positivi, senza tuttavia che io debba subire unprocesso inutile. Ho fiducia in lei giudice Falcone, come ho fiducia nel vicequestore Gianni DeGennaro. Ma non mi fido di nessun altro. Non credo che lo Stato italiano abbia veramentel’intenzione di combattere la mafia». E ha aggiunto « L’avverto, signor giudice. Dopo questo interrogatorio lei diventerà una celebrità. Ma cercheranno di distruggerla fisicamente eprofessionalmente. E con me faranno lo stesso. Non dimentichi che il conto ch e ha aperto con CosaNostra non si chiuderà mai. E’ sempre del parere di interrogarmi? ». Così ebbe inizio la sua collborazione”(Giovanni Falcone).

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Il libro è disponibile su Amazon al costo di €6,99 in edizione economica

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Questo articolo ha 4 commenti.

  1. Fab

    Cia Giulia,
    no, non traviso perchè quel libro l’ho già letto diverso tempo fa e l’enfasi che si da sul fatto che Giovanni Falcone grazie alla sua sicilianità poteva entrare al meglio nella mente dei mafiosi, capendo messaggi cifrati, comportamenti, ecc.. ci può stare ma secondo me non è stato mai quello il punto chiave perchè Falcone e la sua scorta sono stati ammazzati da mafiosi sanguinari ( che per ferocia e cinismo erano molto differenti dai mafiosi tradizionali a cui apparteneva Buscetta!! ) con la complicità o seguendo le direttive ( non si sa per certo ancora quale delle due ipotesi sia più vera ) di parti deviate dello stato italiano!!!!

    E che ancora dopo tutto questo tempo non si sia fatta chiarezza assoluta è abbastanza grave per usare un eufemismo!!

    E comunque non dimentichiamoci mai che i soldi sporchi della criminalità organizzata vengono ripuliti dalla banche sia a livello locale ( solo in parte e in passato ) che nei paradisi fiscali e guarda un pò sono gli stessi canali ( non il primo ovviamente!) che utilizzano le persone fisiche e giuridiche per mettere al sicuro il malloppo non dichiarato al fisco!!

    E come mai non si risolve definitivamente una roba del genere??

    Ovviamente, non è questa la sede per spiegarlo!!

    Ciao!

    Fab

  2. stefano

    23 maggio 1992
    Lo ricordo come fosse ieri, avevo 23 anni, ne rimasi sconvolto, ancora lo sono, non sono vecchio, ma ricordo anche altre pagine nere della storia d’Italia, Ustica, Bologna, l’Italicus, ma quello che seccesse a Capaci e due mesi dopo in via d’Amelio ha segnato in qualche modo la mia vita, quel giorno non moriva soltanto un Uomo, un Magistrato, quel giorno moriva lo Stato, quel giorno lo Stato ha perso.
    Quel giorno in me é morto il senso di giustizia, quella istituzionale, il senso della legge come protezione.
    Continuavo a chiedermi senza risposta ” come è possibile che lo Stato italiano abbia lasciato soli uomini come loro, uomini con senso dello Stato così alto, profondo, cristallino?”.
    La risposta che mi sono dato con gli anni è che senso del dovere, credere nello Stato e nelle sue istituzioni, ricerca della verità ad ogni costo hanno una perfetta identificazione in Falcone e Borsellino ma lo Stato italiano non ha nomi ma è un entità mostruosa.
    Giovanni Falcone e Paolo Borsellino erano si siciliani ma credevano nello Stato italiano e sono morti.
    Io non sono siciliano, neanche ci sono mai stato in Sicilia, sono piemontese e se devo dirla tutta non sento un particolare senso di appartenenza, e invidio, davvero la sicilianità di cui parli.
    Spesso mi vergogno del mio Paese, non trovo nessuna attinenza tra quello che sono ed in cui credo e quello che invece l’Italia è adesso.
    Mi vergogno ogni volta che leggo un giornale o ascolto un tg, una classe politica arrogante, falsa, schifosa, da destra a sinistra avvolta nel Tricolore. Mi vergogno talmente da dubitare sulla mia Italianità, io non sono come loro.
    Ma quando penso a persone come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino allora mi convinco che non sono io a non essere italiano ma sono loro, i politici, che non lo sono.
    Quando mi trovo fuori dai confini conoscendo persone di ogni dove, l’orgoglio di essere Italiano si fa sentire, perchè io sono Italiano come lo erano Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, come lo erano Alberto Sordi, Totò e Aldo Fabrizi, come lo erano Fabrizio De Andrè, Giorgio Gaber, Pier Paolo Pasolini, Leonardo Da Vinci e Caravaggio e soprattutto come lo sono quelle migliaia di Italiani che vivono e muoiono da Italiani onesti senza farlo sapere a nessuno, che ogni giorno vedono intorno a loro una marea di merda ma non si mischiano ad essa, continuando malgrado tutto, che coraggiosamente vivono da onesti, perchè questo è un Paese dove per essere onesti bisogna avere coraggio e tanto.
    L’Italia quella di cui sono orgoglioso di farne parte è fatta di persone che hanno un nome ed un cognome, di persone che malgrado siano circondate da ladri non rubano, che malgrado vengano truffati non truffano, che proprio come Falcone e Borsellino pur rimasti soli sono andati avanti.
    Se non fosse così Falcone e Borsellino sarebbero davvero morti

  3. Fab

    Ciao Giulia,

    ma cìè una bella differenza fra nascere e vivere a Palermo e nascere, vivere a Taormina e poi andare a studiare a Roma!!

    Poi a parte questo nel meridione d’Italia dipende a quale classe sociale si appartiene, più in basso sei, più respiri a pieni polmoni puzza di criminalità organizzata!!

    Ma questo vale anche nelle grandi città metropolitane occidentali dove la criminalità non sarà ben organizzata ma comunque in alcuni quartieri degradati è ben presente!!

    Ciao!

    Fab

    1. Viaggiare Low Cost

      Ciao Fabrizio,
      non trvasisare quello che ho scritto. Dico solo che leggendo il libro di Falcone ci sono alcuni aspetti che delinea del mafioso che sono strettamente siciliani. Più che altro modi di sentire, di comportarsi che sono strettamente legati al senso di appartenenza, di famiglia, di territorialità.
      Certo che c’è differenza tra vivere a Taormina e vivere nei quartieri meno chic di Catania o di Palermo.
      Il libro è più che altro un interessante saggio sulla mafia in cui sembra chiaro che solo chi può capirne ed interpretarne i simboli può veramente capire come combatterla.
      Io credo fortemente in quello che Falcone diceva, leggilo e dimmi che ne pensi!
      Un saluto
      Giulia

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