Ansia di viaggio. La costante emozione della scoperta

In fin dei conti sono una sentimentale.
Mi affeziono facilmente ai luoghi, alle persone e alle cose. Non mi serve molto per mettermi a mio agio, sono sempre stata così, camaleontica.
E forse proprio questa attitudine mi ha permesso di fare un viaggio per il mondo senza poi soffrire troppo di malinconia o tantomeno solitudine.
Mi sento a casa dovunque vada, ho imparato a chiamare gli ostelli casa, mi relaziono alla gente come se fossimo sempre stati buoni amici, uso i mezzi pubblici perche questo farei se vivessi davvero li, mi sembra quasi normale muovermi ogni 3/4 giorni, faccio tutto quasi meccanicamente.
Ma quando viaggio se ci sono due cose che odio quelle sono: fare i bagagli (non mi è mai piaciuto e mai mi piacerà) e gli aeroporti.
Non mi piacciono gli aeroporti. Un aeroporto mi fa percepire la lontananza come forse nessun altro mezzo di trasporto.
La maggior parte delle volte che lascio un Paese volando via ho sempre la sensazione che non rivedrò più quel posto né le persone che ho incontrato e questo mi mette tristezza.
Se facessi un viaggio in transiberiana probabilmente la sensazione non sarebbe la stessa, sebbene il risultato invece si.
Eppure sebbene le stazioni dei treni non abbiano un ruolo felice nel mio immaginario di viaggio, hanno comunque un non so che di romantico e triste.
La stazione mi fa immaginare e costruire storie che forse non esistono. Volente o nolente una lacrima scende sempre, anche quando non c’e nessuno a dirmi arrivederci o addio o che ironicamente con un fazzoletto di carta in mano mi saluta sventolandolo.

Empaticamente soffro con coppie che in lacrime si salutano come se non si rivedranno mai più, e lei piange (bhe si in genere e’ lei, la tradizione vuole che gli uomini non piangano, no?), con amici che si dicono arrivederci, genitori che salutano il figlio realizzando che quel pezzo di cuore sta per intraprendere la propria strada. Amici, parenti, fidanzati, tutti in piedi al binario aspettano che il treno parta con noi affacciati sl finestrino dandoci le ultime raccomandazioni, tra cui la classica: chiama appena arrivi!
Ci vedono cosi allontanare lentamente verso nuove destinazioni. A volte per qualche giorno a volte per un po di più.

Quindi sebbene “drammatica” la stazione almeno mi regala qualche emozione, se così la vogliamo chiamare.
La mia idea dell’aeroporto Invece e’ decisamente meno poetica, richiama alla mia mente prevalentemente tre cose: noia, tempi lunghi e distanze insormontabili.
Devo essere li due ore prima, ho tempo per elaborare la partenza, tempo di pensare e pensare troppo non e’ sempre bene. Odio attendere seduta al gate, per poi risedermi sull’aereo per ore dove l’unico modo che ho per sgranchirmi le gambe e’ andare in bagno e tornare.

Mi trovo al Gate 6 all’aeroporto di Auckland. In 30min parte il volo per Santiago del Cile. Sto per attraversare letteralmente il mondo, passando da un emisfero all’altro. Mi guardo intorno. La gente seduta accanto a me parla spagnolo, sono quasi tutti piccolini, bassi, con capelli e occhi scuri. Il mondo è già cambiato per quanto mi riguarda.
Chiamano il mio volo e uno dopo l’altro in fila indiana ci accomodiamo sull’aereo a due piani, allacciamo le cinture e saluto dall’alto un Paese che in qualche modo e’ stato casa mia per qualche settimana e mi dispiace dire addio. Viaggio da molto tempo ormai ma ogni partenza la vivo con malinconia e ho il classico “groppo allo stomaco“.

Ho 12 ore per pensare a cosa cambierà a breve, di come mi adatterò alla nuova nuova lingua, cultura, alle nuove abitudini e al nuovo clima. Devo rivoluzionare me stessa, a volte drammaticamente.
L’idea di volare adesso dall’altro lato del mondo, parlare un’altra lingua, conoscere culture diverse se da un lato e’ eccitante dall’altro mi mette ansia. E’ sempre così quando volo, comincio ad agitarmi un giorno prima. Dalla paura di perdere l’aereo ancora peggio sbagliare il giorno, sarebbe imperdonabile, al controllare 100 volte che tutto sia in valigia con la certezza di avere dimenticato comunque qualcosa.
Gli autobus invece anche se mi fanno passare le frontiere non mi mettono questo nervosismo. Una volta seduta anche se il viaggio dura più di 10 ore non mi fa pensare che sto lasciando in Paese, ho i piedi a terra. Ogni 2 o 3 ore ci si ferma. I miei occhi si abituano gradualmente al cambio. In aereo ora si e’ qui e in qualche ora si piomba in un posto che ha poco in comune con quello lasciato.

Poco importa quanto abbia viaggiato, poco importa quanto tempo sia stata in viaggio, su quanti aerei abbia volato o quanti timbri sul passaporto abbia. Il mistero della scoperta smuove la mia mente e le mie budella, fa viaggiare la mia fantasia, mi mette un po’ di paura e ammetto che a volte mi fa dire: Chi diavolo me lo ha fatto fare di nuovo?
Eppure poi basta il tempo di prendere i bagagli, passare i controlli ed…eccomi a casa.

Giulia Raciti

Esperta di Africa e Latino America viaggio ininterrottamente dal 2011 e lavoro esclusivamente online. Ho fatto un giro del mondo in solitaria durato 3 anni. Mi occupo di realizzazione viaggi personalizzati e su misura in Africa e Sud America ma anche di SEO e SEO Copywriting

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