Viaggio in Marocco – Nel deserto del Sahara una nomade tra i nomadi

Un viaggio nel deserto va ben oltre il pittoresco giro sui cammelli. È un viaggio nella terra di nessuno, nelle terre dei viaggiatori veri, dei nomadi.

Quelli che non si sa dove sono nati, ne esattamente quando, quelli che parlano berbero e non arabo,  quelli che non riescono a vivere lontani dalla loro dune sabbiose, e tutte le volte che ci hanno provato sono poi tornati li, nelle distese di sabbia circondati dal vuoto per noi e dal tutto per loro.

Non esiste una tradizione scritta di questa cultura, le donne sono portatrici orali di queste tradizioni millenarie la cui vita verte attorno alle esigenze dei dromedari, fonte di vita, sopravvivenza e movimento.

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Esistono le stelle. Esistono le percussioni e i canti serali. La vita nel deserto rallenta, il tempo non esiste più, perchè li, come dicono loro, c’e sempre tempo e non serve avere fretta anche se la tabella di marcia secondo itinerario prestabilito ti vorrebbe già pronto, se tu corri, con un sorriso placido e tranquillo e gli occhi profondi abbelliti dal kajal che anche gli uomini utilizzano, ti invitano a fermarti e rilassarti. Sei nel deserto, e non c’è fretta.

La mia prima volta nel deserto del Sahara è stato a Zagora. Un viaggio epico, senza una guida cartacea nè una idea del dove stessi andando. Avevo 25 anni, pochi soldi ed era il mio primo viaggio zaino in spalla ed in solitaria.
8 anni son passati da quel giorno in cui per la prima volta mi sono addormentata sotto il cielo così stellato che più stellato non si può.

Questa volta il deserto in cui sono stata è stato quello di Merzuga, nel sud del Marocco, li dove finiscono le strade al confine con la problematica Algeria, il confine si vede ed è segnato da delle montagne. Li finisce il Marocco e comincia il Paese limitrofo, sorgono vedette di militari e sabbia rossa.

Accampamenti di nomadi sparsi e gruppi di dromedari ristorarsi. Una vita dura quella dei nomadi, che viaggiano per tutta la vita, si fermano finche la brulla e sterile terra da mangiare ai suoi animali per poi spostarsi. E’ il dromedario che decide se rimanere o andare via. Sono le risorse d’acqua la fonte di vita di un popolo che noi crediamo senza terra e alla ricerca perpetua di un luogo, non sapendo invece che la casa loro già ce l’hanno, solo che non ha mura.



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“Il tuareg disprezza le limitazioni, distrugge e spezza istacoli e barriere. La sua patria, che non ha confini, sono le migliaia e migliaia di chilometri di sabbie e rocce infuocate, la grande sterile terra infida che tutti temono e cercano di evitare. Frontiera di questa terra-patria desertica è il punto dove il Sahara e Sahel finiscono e cominciano i campi verdi delle comunità stanziali nemiche dei tuareg, con i loro villaggi e le loro case…I tuareg sono gli eterni vagabondi. Ma si possono davvero definire così? Vagabondo è chi erra per il mondo in cerca di un posto, di una casa, di una patria. Il tuareg la sua casa, la sua patria, dove vive da migliaia di anni ce l’ha: il cuore del Sahara”

Queste parole sono state pubblicate per la prima volta nel 1998, l’autore è un grande scrittore/giornalista di viaggio, il mio preferito tra l’altro, Ryszard Kapuscinski, e racconta in poche righe un incontro che chiunque va nel deserto del Sahara marocchino avrà il piacere di fare, perchè l’accoglienza sarà di veri nomadi, della vera gente del deserto, non di persone che mettono il turbante all’occorrenza per fare la foto con te e farti sentire in un set fotografico etnico e colorato.



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Merzuga, deserto del Sahara

Al d là della catena montuosa dell’Atlas si estende fino all’infinito il deserto, le montagne si lasciano alle spalle, il caldo inizia a farsi sentire. Ma è febbraio ed è sopportabile, anzi piacevole. Le porte del deserto si aprono e ci danno il benvenuto nella terra di tutti e di nessuno.

Il marocchino a cui ero abituata nelle città, quello che ti segue fino allo sfinimento e non ti lascia più andare finchè non ha quello che vuole si trasforma in un personaggio nuovo, un personaggio poetico e quasi leggendario.
Si abbellisce e si addolcisce, così anche i tratti somatici sembrano diversi.

Come 8 anni fa riuscì a perdermi negli occhi di Milud, un nomade completamente coperto i cui occhi neri e profondi erano l’unico contatto con il mondo esterno, così anche questa volta il magnetismo emanato da questi personaggi mitologici mi rapiscono e a stento riesco a non fissarli dritti in questi irresistibili sguardi.

Tutti parlano tante lingue, dicono “grazie a voi adesso parlo tutte queste lingue”.  Probabilmente alcuni di loro non sanno neanche scrivere nella loro lingua madre, questo non lo so ma non mi stupirebbe, d’altronde il berbero è una lingua ufficializzata due anni fa ed è dura imparare ad utilizzare gli ideogrammi che compongono l’alfabeto.

Poi arriva Mustafà, il cammelliere. Un personaggio esilarate e divertente, parla 8 lingue, ha 26 anni e fino ai suo 20 ha viaggiato con la carovana della sua famiglia per il deserto marocchino fino a quando, 5 anni fa, la famiglia ha deciso di fermarsi a Merzuga.

Lui non sa dove sia nato, non esattamente, è nato nel deserto e questo basta.
Non sa neanche che giorno sia venuto al mondo, così, come tutti i membri della sua famiglia, festeggia il compleanno il 1 di Dicembre. Questo giorno lui e i suoi familiari festeggiano questo evento accaduto in un luogo oggi ignoto un giorno che non è mai stato determinato.

Ci sono 20 anni di apprendimento nella vita del nomade prima di potersi rendere indipendente, mi racconta.

5 anni, la scuola della madre
5 anni la scuola del padre
10 anni la scuola della vita

A 20 anni qualsiasi nomade è in grado di poter prendere cura della sua famiglia e delle esigenze della carovana, sa ricoprire un ruolo di donna e un ruolo di uomo.
E’ completo e pronto ad affrontare la vita dura del deserto che quando cala il sole regala quiete e fresco sotto il cielo stellato e le note delle percussioni e dei canti berberi si diffondono chissà fino a dove.



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Il silenzio e la solitudine, come la libertà sono elementi che fanno un berbero, appartenenza alla quale vanno estremamente fieri.

L’uomo libero è il segno dei berberi  (le donne incluse, che anzi sono anche figure di grande potere in grado di poter tanto da poter divorziare e poi tenere poi la tenda ed i beni, uno status profondamente diverso da quella che loro identificano come  la donna araba, trattandosi effettivamente di due etnie differenti ***), è stampato sulla loro bandiera che sfoggiano con orgoglio, precisando la loro appartenenza ad un gruppo che con gli arabi condivide una religione che, anche in questo caso, è comunque diversa da quella che possiamo immaginare.

La verità è che la loro religione è fatta di stelle e natura, un popolo tribale che tutt’oggi esiste ed è ben preservato.
Un popolo intenso e forte, dalle mille storie e dai modi di fare gentili e pacati.

Siamo nel deserto del Sahara. Abbiamo cantato e ballato attorno al fuoco. Abbiamo fumato shisha e bevuto del te. Ci siamo sdraiati pancia in su a guardare le stelle consci di essere nel cuore del mondo, dove tutto è possibile perchè è li, che la lberta di ognuno di noi si riappropria del suo valore e il tempo riguadagna un ruolo di rilievo nella nostra vita.

Il Tempo c’è….e liberta per poterne godere appieno pure. 
Benvenuti nel deserto del Sahara!

****

Sulla distinzione arabi/berberi in Marocco rimando a questo post Berberi ed Arabi: una contraddizione del popolo marocchino
Per qualche informazione sui berberi e le loro rivendicazioni rimando a questo articolo interessante: Marocco: Correggete i libri di storia, non siamo arabi. I berberi marciano su Rabat) 

Guide e libri sul Marocco

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2 Responses to Viaggio in Marocco – Nel deserto del Sahara una nomade tra i nomadi

  1. L’uomo libero (e la donna libera, da non confondere con la donna araba che di libertà ne ha ben poche)… Giulia ti ammiro e seguo da tanto tempo, mi permetto solo di farti notare che col termine donna araba forse erroneamente volevi intendere donna musulmana?! Perchè ovviamente i due termini non sono sinonimi. Così come lo stesso concetto di libertà della donna, in generale, credo andrebbe ampiamente dibattuto a livello trasversale in tutte le culture. Ma non mi permetto di dare il via alla discussione in questa sede! La mia voleva essere solo una precisazione.

    Dafne Malvasi April 17, 2014 at 9:45 pm Reply
  2. L’uomo libero (e la donna libera, da non confondere con la donna araba che di libertà ne ha ben poche)… Giulia ti ammiro e seguo da tanto tempo, mi permetto solo di farti notare che col termine donna araba forse erroneamente volevi intendere donna musulmana?! Perchè ovviamente i due termini non sono sinonimi. Così come lo stesso concetto di libertà della donna, in generale, credo andrebbe ampiamente dibattuto a livello trasversale in tutte le culture. Ma non mi permetto di dare il via alla discussione in questa sede! La mia voleva essere solo una precisazione.

    Dafne Malvasi March 16, 2014 at 8:22 pm Reply

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